BANKITALIA/ Ecco gli sprechi: 620 mila euro per un corso di inglese. Scomparse le assunzioni bilingue

bankitalia_logo_massonico

Peccato che la sforbiciata del supercommissario Enrico Bondi non sia arrivata anche in Bankitalia. Nessuna lente d’ingrandimento sui conti di Palazzo Koch. Eppure da tagliare ci sarebbe. Basti pensare al corso di inglese che la Banca d’Italia ha organizzato per i suoi dipendenti. Due cose sorprendono: mai possibile che un ente così importante in politica non solo nostrana ma innanzitutto europea debba organizzare corsi d’inglese invece di assumere anche e soprattutto per le competenze linguistiche? Seconda cosa, il costo. Per il corso è stata commissionata un’agenzia esterna. Contratto da 620 mila euro.

 

L’inglese è importante, non c’è dubbio. Dovrebbe però esserlo prima di un’assunzione. Soprattutto se l’ente che assume è uno di quelli che conta nei rapporti internazionali. Sarebbe il caso, ad esempio, il caso di Bankitalia. Ma, come vedremo, il condizionale è più che d’obbligo, dato che l’ente diretto da Ignazio Visco offre un corso di formazione avanzata solo dopo aver assunto. Iniziativa nobile, non c’è che dire. Peccato, però, che il costo sia stellare.

Eppure, a primo impatto, sembrerebbe ci sia poco di anomalo. A vedere gli ultimi concorsi pubblici indetti dalla Banca nazionale, infatti, si richiede sempre “una conoscenza avanzata della lingua inglese”. Così, ad esempio, è stato per il concorso pubblico dello scorso novembre per l’assunzione di 20 assistenti di direzione. Come accade in tutte le aziende o organizzazioni che si occupano o hanno a che fare con la realtà che travalica i confini italiani, insomma. Ma allora perché a Palazzo Koch hanno deciso di indire una gara d’appalto proprio per un servizio di formazione in lingua inglese? Non è dato sapere, dato che dalla sede della Banca tutti sdrammatizzano. “Serve per offrire un’opportunità ai nostri dipendenti”, ci dicono dalla segreteria.

Un’opportunità d’oro, non c’è che dire, dato che il contratto è decisamente profumato. Ma andiamo con ordine. L’operazione nacque quando governatore era ancora Mario Draghi, prima che facesse i bagagli per volare alla Bce. Venne indetta una gara e, tra la cinque partecipanti, vinse la Training Club, agenzia con sede a Roma che organizza appunto corsi in lingua e che ha una lunga esperienza alle spalle con enti pubblici importanti. In passato infatti ha lavorato, tra gli altri, anche con la Presidenza del Consiglio, con la Camera dei Deputati e con il Senato. Insomma il potere è in qualche modo abituato ad essere suo cliente. Il che ha portato la Training a guadagni stellari.

Prendiamo proprio il caso della Banca d’Italia: vincendo la gara d’appalto la società si è aggiudicata un contratto triennale dal valore complessivo di 620 mila euro.  Una cifra mastodontica se pensiamo che stiamo parlando di corsi di inglese. Quello stesso inglese che è richiesto (“conoscenza avanzata”) già nei concorsi. Cui prodest? Non lo sappiamo. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, questi contratti finiscono sempre alla Training Club.

Uno sperpero di soldi, dunque, per un fine che dovrebbe essere una condicio sine qua non per ogni assunzione a Palazzo Koch.

Eppure – ecco il paradosso – nessuno può muovere un dito. Sebbene infatti la Banca d’Italia sia un istituto di diritto pubblico (come stabilito dalla legge bancaria del 1936 e ribadito poi dalla Cassazione nel 2006), i soci sono tutti privati (fatta eccezione per l’Inps), dato che spadroneggiano, stando all’elenco dei partecipanti al capitale, banche private (a cominciare da Unicredit, San Paolo e Monte dei Paschi). Quelle stesse banche private su cui l’istituto Banca d’Italia dovrebbe vigilare. Il controllore, insomma, è anche il controllato. Buon motivo per spendere arbitrariamente centinaia di migliaia di euro per il corso di inglese.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.