BALLOTTAGGI 2011/ Milano e Napoli, la Caporetto di Berlusconi

Una Caporetto per il centrodestra. Quanto già si era reso evidente il 15 e il 16 maggio è stato riconfermato dal ballottaggio di domenica e lunedì: Silvio Berlusconi, checché ne dica, non gode più di una fiducia plebiscitaria. Lo stesso premier d’altronde, sebbene oggi faccia finta di non ricordare, aveva parlato di “un test nazionale” perché sono “elezioni amministrative ma anche politiche”.

di Carmine Gazzanni

de_magistris_pisapiaEbbene, tali elezioni non lasciano scampo ad equivoci: il centrodestra perde terreno a tutto vantaggio del centrosinistra. Pisapia strappa Milano al sultanato berlusconiano che durava oramai da diciotto anni; De Magistris stravince a Napoli; sconfitta senza mezze misure per il centrodestra anche a Cagliari, dove Zedda sfiora il 60%, e nella Provincia di Mantova, che veniva data per certa. Ancora. A Novara, feudo indiscusso del governatore leghista del Piemonte, Andrea Ballarè inaspettatamente ha rovesciato la precedente giunta di centrodestra recuperando una distanza abissale, dato che al primo turno era indietro di 14 punti. E, dulcis in fundo, Arcore: la candidata di centrosinistra, Rosalba Piera Colombo, raggiunge quasi il 57%.

Alla fine dello spoglio nelle tredici città maggiori in cui si andava al ballottaggio, ben nove sono andate al centrosinistra, il che rende l’idea della sonora sconfitta per il Pdl se si tiene conto che già al primo turno su sedici comuni capoluoghi ben dodici erano finiti nelle mani del centrosinistra. Insomma, il centrodestra esce assolutamente stremato da questa competizione elettorale. Significativo, a tal proposito quanto accaduto a Gallarate: Pdl e Lega non solo sono andati divisi al primo turno, ma al ballottaggio i leghisti, fuori dai giochi, pare che abbiano votato per il candidato di centrosinistra Edoardo Guenzani che alla fine ottiene il 55%.

Una vittoria, dunque, che molti hanno definito addirittura storica. E a giusta ragione, soprattutto per due motivi, o meglio due uomini, Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris.

Il neosindaco di Milano è riuscito, come detto, a strappare la città ai Berluscones e certamente non perché di fronte avesse un avversario debole: senza dubbio Letizia Moratti ha fatto più danni che altro durante la sua amministrazione (diverse le condanne della Corte dei Conti per una gestione della cosa pubblica poco trasparente; senza dimenticare gli scandali in cui è stata coinvolta: per ultimo la vicenda del Piano del Governo del Territorio  e la casa concessa al figlio Gabriele con un enorme vantaggio economico – circa un milione di euro), ma non bisogna dimenticare che il suo è un nome importante del berlusconismo, essendo stata anche Ministro dell’Istruzione. Ma Giuliano Pisapia, dopo aver inaspettatamente battuto alle primarie Boeri, dopo aver raggiunto un risultato scioccante al primo turno, è rimasto lucido e leale, non cadendo mai nelle continue delegittimazioni dei Berluscones che si sono protratte fino al giorno prima del voto e, alla fine, è riuscito nel suo intento: “Abbiamo liberato Milano”, queste sono state le prime parole del nuovo sindaco. La “breccia di Pisapia” – come molti l’hanno definita – è oramai aperta.

E se a Milano si può parlare di risultato storico, a Napoli probabilmente è rivoluzionario. Luigi De Magistris, infatti, è certamente un outsider per diversi aspetti: la sua vittoria, infatti, rappresenta la sconfitta della politica partitico-clientelare che per anni ha devastato la città partenopea. Non è, dunque, la sconfitta soltanto del Pdl, ma anche del Pd: non a caso l’ex pm non si è voluto affiliare con nessuno, rimanendo indipendente fino alla fine. Sapeva bene, infatti, che nel caso avesse aperto al Pd e agli altri partiti che al primo turno gli hanno voltato le spalle, poi avrebbe dovuto rendere favori e avrebbe tradito, in questo modo, gli ideali che l’hanno spinto a candidarsi. Con De Magistris, dunque, perde il clientelismo, la politica affaristica tanto dei vari ‘Cosentino’ quanto dei ‘Bassolino’. Vince, invece, la società civile, vincono l’impegno, gli ideali, la politica responsabile. A Napoli vince il popolo, perde la mentalità partitica che per anni ha costituito la vera “monnezza” che ha rattrappito la crescita partenopea. Non a caso le prime parole del nuovo sindaco promettono una nuova stagione politica: “Napoli è stata liberata, io e l’amministrazione che mi accompagnerà non dovremo dare conto a nessuno, solo alle idealità e alle competenze”.

Il clima che si respira, dunque, è un clima nuovo: emozionante, pulito, partecipato. Le piazze, da Milano a Napoli, si sono riempite di simpatizzanti e cittadini per festeggiare una vittoria che, ora, non sentono più di “altri”: questa è la loro vittoria. Così come dovrebbe essere sempre in una realtà democratica. A Milano già dalle quattro Piazza Duomo si è tinta del colore apartitico arancione; a Napoli è stata immediatamente dedicata una pizza in onore di De Magistris. La gioia è tanta: d’altronde la vera politica, quella che abbiamo visto in questi giorni, è gioia, è partecipazione, è emozione.

Ora non rimane altro che vedere cosa accadrà a livello nazionale. I maggiori esponenti dell’opposizione chiedono a gran voce le dimissioni e, sebbene Sandro Bondi si sia dimesso dalla carica di coordinatore nazionale (onore al merito: un gesto di dignità il suo), non c’è una benché minima possibilità che Silvio Berlusconi dimostri la stessa altezza morale. Eppure è stato proprio il premier, pochi giorni prima che si andasse al voto, a ribadire la necessità che tali amministrative si fossero concluse a favore del centrodestra: “potremo arrivare a fare le riforme se vinceremo le elezioni amministrative, così come abbiamo vinto tutte le elezioni più recenti. Poi avremmo due anni per dare agli italiani solidità, garanzie e benessere”. Così non è stato. La domanda nasce spontanea: Presidente, se vuole essere coerente non pensa che debba dimettersi dato che – sono parole sue – con questa batosta elettorale non potrete ” fare le riforme”?

Ci si aspetta, invece, un cambio di rotta nel centrosinistra. Molti pensavano fosse morto, apatico, stagnante. In alcuni frangenti  – bisogna essere sinceri – lo è stato. Ma esiste la possibilità di rinnovamento, di freschezza, di vera politica alternativa al berlusconismo. Pisapia e De Magistris l’hanno dimostrato. Ed è da qui – dal coinvolgimento della società civile e non delle gerarchie di partito – che bisogna ripartire.

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