B. IN CAMPO/ Primo traguardo raggiunto: morto e sepolto – tra gli altri – il decreto Liste Pulite

Ormai è certo. Tra il 10 e il 24 febbraio si tornerà al voto. Bisogna prima approvare la legge di stabilità. Con grande probabilità, però, sarà l’unico provvedimento che l’esecutivo riuscirà ad attuare. Sulla scrivania del prossimo governo rimarranno tante leggi incompiute. E oltre 372 provvedimenti che richiederanno decreti attuativi.  B., intanto, colleziona il primo traguardo: già morto e sepolto il (presunto) decreto Liste Pulite. O meglio: salva condannati.

 

di Carmine Gazzanni

Il tempo di approvare la legge di stabilità. Necessariamente. E non per “senso di responsabilità”. Semplicemente perché si deve, altrimenti lo Stato entrerebbe in gestione provvisoria. Lo prescrive la Costituzione. Quindi, bisogna approvarla. Di fretta e furia. Tutto potrebbe risolversi già prima di Natale. Il testo sarà in Aula a Palazzo Madama il 18 dicembre per poi passare alla Camera ed essere approvato anche lì. È difficile pensare che venga modificato. Ormai tutti già sono con la testa in campagna elettorale. Alfano, Besani, Casini. Tutti si stanno preparando allo scontro pensando a possibili alleanze vincenti.

I tempi, infatti, potrebbero essere più stretti di quanto si pensi. Se infatti il Capo dello Stato, sulla base di questo iter, sciogliesse le Camere l’ultimo giorno possibili – il 21 dicembre – considerando che devono passare tra i 45 e i 70 giorni, si andrebbe al voto tra il 10 e il 24 febbraio. A decidere sarà Napolitano. In pratica, alle prossime politiche manca un mese e mezzo. Non di più.

berlusconi-conferenza-torno-in-campoLa scelta di Mario Monti, però, è stata irrevocabile. Dopo l’approvazione del ddl Stabilità salirà al Colle e rassegnerà le sue dimissioni. Tra le tante conseguenze di quest’addio anticipato voluto e determinato dal Pdl, la più importante è certamente quella legislativa. In questi ultimi mesi, infatti, si sono accumulati in Camera e Senato una serie di provvedimenti da attuare ma che, come Infiltrato.it aveva già preannunciato, non vedranno mai la luce.

Per quanto riguarda il decreto sull’abolizione delle province si aspettava la conversione in legge del decreto, il che doveva avvenire entro la fine di dicembre. Quasi certamente – vista la contrarietà del Pdl – non ci sarà alcun decreto attuativo. Ergo: dopo mesi e mesi di discussione sulla soppressione delle province, ci ritroviamo senza nulla in mano. Il discorso non cambia per il dl di Corrado Passera sulla Crescita: scadenza per la sua approvazione fissata al 18 dicembre, ma ancora si attende l’ok in Commissione. Da qui si passa al decreto sull’Ilva: scadenza fissata al 3 febbraio.

Anche il ddl Stabilità rischia di non vedere la luce: alcuni giorni fa Montecitorio ha terminato la sessione col voto finale sul ddl Bilancio (i due disegni vanno insieme). A Palazzo Madama, invece, è appena cominciata la sessione di bilancio. In alto mare anche la riforma elettorale: dopo che se n’è parlato per tutto l’ultimo anno, soltanto pochi giorni fa il testo è arrivato in Aula. Per non parlare della delega fiscale: da giorni è approdata in Assemblea a Palazzo Madama, ma, dopo la sua approvazione, dovrà affrontare tutto il secondo ramo parlamentare. C’è poi il decreto sul pareggio di bilancio da inserire in Costituzione, da trasformare in legge per non avere ripercussioni con l’Europa sulla promesse di austerity e la nostra credibilità di Paese membro.

Vista l’enormità dei provvedimenti che morirebbero – dicono in tanti – Mario Monti potrebbe pensare di inserire anche tutto ciò che si deve approvare nel calderone della legge di stabilità. Una sorta di decreto milleproroghe, insomma, nel quale entra qualsiasi provvedimento a rischio scadenza.

In realtà, però, la questione è più problematica del previsto. Ad oggi, infatti, secondo il monitoraggio portato avanti da Il Sole 24 Ore, sarebbero ancora 372 i provvedimenti che resterebbero lettera morta senza un decreto attuativo, anche se – è bene precisare – circa il 60% di tali decreti è già in itinere (come nel caso della norma sull’Isee, su cui il Consiglio di Stato si è pronunciato pochi giorni fa).

Lo scenario legislativo che si sta delineando, insomma, potrebbe riservare cattive sorprese. Quello che sembra, infatti, è che – per errori non tutti imputabili all’esecutivo quanto al Parlamento – si sia perso troppo tempo. Clamorosi gli esempi dell’abolizione delle province e della legge elettorale. Nei commenti e nelle dichiarazioni tutti d’accordo. Nei fatti si è preferito cincischiare, blaterare, vomitare sentenze e presunte problematiche che hanno celato più interessi di partito che reali preoccupazioni democratiche.

Ed è proprio per tali ragioni che Mario Monti potrebbe anche non sforzarsi di trovare modo e tempo per correre ai ripari. Potrebbe anche non avere alcun interesse a rimboccarsi le maniche e lavorare per il bene dell’Italia dopo il tradimento targato Pdl. Il motivo è presto detto: con la sua candidatura in ballo, eventuali ripercussioni economiche derivanti dalla mancata applicazione di alcuni provvedimenti ricadrebbero non più su di lui, ma su Silvio Berlusconi. In altre parole, la responsabilità politica del fallimento di tutti questi decreti avranno un nome e cognome che non sono quelli di Mario Monti.

Il Cavaliere lo sa. E certamente non se ne preoccupa. Anche perché è tornato col botto: tutti sono tornati a parlare di lui, tutti sanno che è lui l’ago della bilancia, tutti – comunque – lo temono. E, mentre si prepara a tornare a spadroneggiare in  televisione (certe le sue prossime partecipazioni a Porta a Porta e Ballarò e – secondo Il Fatto – non è detto che non scenda anche nell’arena di Santoro), il suo primo importante risultato l’ha raggiunto: tra le norme morte e sepolte c’è anche il decreto Liste pulite sulla incandidabilità dei condannati che, in caso di condanna definitiva nel processo Mediaset, l’avrebbe fatto decadere da qualsiasi incarico istituzionale. Silvio Berlusconi 1 – Italia 0.

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