B. IN CAMPO/ Porcellum, giustizia e anti-montismo: il Cav. sfida poteri forti e spread

“Ancora tu, ma non dovevamo vederci più”. Silvio Berlusconi ritorna in campo da protagonista. Dopo aver tentennato per mesi, dopo aver prospettato finanche la necessità di un ricambio interno, il Cavaliere si rimangia tutto e torna a dare direttive alla sua scuderia. Non poteva fare altro poiché “assediato da richieste per ritornare in campo”, ha detto. Ma in realtà dietro la sua decisione ci sarebbero precisi interessi personali. Proprio come nel ’94. Secondo voci interne il ritorno di B. sarebbe stato stabilito già da tempo. Non sarebbe casuale, infatti, che le riserve siano state sciolte in concomitanza con l’approvazione della legge sull’incandidabilità dei condannati e a ridosso del secondo pagamento dell’IMU. Due dei temi che il Cav sicuramente sfrutterà nei giorni prossimi. E, intanto, già sono partiti gli ordini: guerra alla giustizia, elezioni anticipate per evitare modifiche al Porcellum e recupero dell’elettorato perduto giocando l’arma del populismo. I “signor sì” già sono sugli attenti.

 

di Carmine Gazzanni

La coerenza di Angelino Alfano lascia sbalorditi. Primo dicembre: “Le primarie Pdl si faranno: Berlusconi non intende candidarsi”. Sei dicembre: “Niente primarie del Pdl: Berlusconi torna in campo”. Stupefacente. Ma d’altronde lo sappiamo bene: tutto ci si può aspettare quando parliamo di Silvio Berlusconi. Anche una ri-ri-ridiscesa in campo. Sarebbe, questa, la sesta volta per il Cavaliere. Fa niente se solo qualche giorno fa, proprio lui, aveva parlato dell’esigenza di “rinnovamento” all’interno del partito, di “aria nuova”. Niente. In un attimo tutto rimangiato. E, come se niente fosse successo e niente fosse stato detto, eccolo lì, di nuovo, sempre lui, il Cavaliere.


il_ritorno_di_silvio_b_contro_montiLA SEMI-SFIDUCIA DI SILVIO SPAVENTA MONTI E NAPOLITANO – Come si è visto ieri, B. è tornato in grande stile: sia al Senato che alla Camera ha dato ordine di astensione ai suoi sui due voti di fiducia previsti (sul Dl Sviluppo a Palazzo Madama e su quello sui costi della politica a Montecitorio). Una decisione, questa, che ha un senso ben preciso: far intendere a Mario Monti che è appeso ad un filo, che la palla è tornata in mano proprio a lui, a Silvio Berlusconi. È lui che guida il gioco. Un avvertimento, dunque. Fai come ti dico altrimenti stacco la spina.

E, d’altronde, quanto accaduto dopo la giornata parlamentare è molto eloquente: Giorgio Napolitano non ha convocato Mario Monti, né quest’ultimo è salito sua sponte al Colle. Niente. Semplici dichiarazioni di allerta (“Non mandiamo tutto a picco”, ha detto il Presidente della Repubblica). Fatto molto strano, dato che, in altre circostanze, Napolitano non ha esitato a convocare il premier per consultarsi. Ora invece la tattica adottata è diversa: cercare dichiarazioni distensive per raffreddare gli animi e traghettare la legislatura alla sua scadenza naturale. Insomma, tanto Monti quanto il Quirinale temono (e non poco) Berlusconi. E il Cavaliere questo lo sa. Ne è cosciente. Ecco perché si può permettere, dall’oggi al domani, di cambiare radicalmente la linea politica del partito.


“LA DECISIONE È STATA PRESA DOPO LA CONDANNA IN PRIMO GRADO” – Voci interne al partito confermano i dubbi delle prime ore: la scelta di Berlusconi non è stata presa all’ultimo momento. Né perché “assediato da richieste per ritornare in campo”. Tutt’altro. “La scelta è stata presa già dopo la sentenza di condanna in primo grado”. Bisogna, dunque, tornare indietro al 26 ottobre. Sentenza Mediaset: il Cavaliere viene condannato a quattro anni di reclusione in primo grado. È lì che la scelta sarebbe stata maturata (chi ha buona memoria, d’altronde, ricorderà che proprio all’indomani della sentenza ci fu il primo di una serie di ripensamenti: dopo aver detto il giorno prima che avrebbe dato spazio ai giovani, tornò sui suoi passi. Per poi smentire nuovamente dopo 24 ore). 

Il motivo è presto detto. Il Cavaliere, infatti, è convinto che le procure faranno gli straordinari per condannarlo il prossimo anno su Mediaset, prima che scatti la prescrizione nel 2014. Senza dimenticare, peraltro, anche il processo Ruby (a sentenza a breve). Insomma, ancora una volta – come fu nel 1994 – la paura dei processi ha spinto Silvio Berlusconi a prendere la decisione di tornare, per l’ennesima volta, in politica.


LA TEMPISTICA STUDIATA A TAVOLINO – Se tutto fosse stato deciso da tempo, allora anche la tempistica non sarebbe affatto casuale. Due i fattori che lo lasciano pensare. Innanzitutto il diktat della semi-sfiducia al governo Monti (dopo mesi e mesi di appoggio incondizionato) è arrivato in perfetta concomitanza con l’approvazione della legge sull’incandidabilità dei condannati: il testo prevede che siano appunto incandidabili quanti abbiano riportato condanne definitive con pene superiori ai due anni per i reati di associazione mafiosa, terrorismo e corruzione. Incandidabili, però, anche i condannati con sentenza definitiva a pene non inferiori ai quattro anni. Proprio questo il punto: se – come teme il Cavaliere – si dovesse giungere a condanna definitiva nel processo Mediaset, avendo la norma dell’esecutivo anche valore retroattivo, Berlusconi decadrebbe immediatamente dall’incarico.


LA CARTA DEL POPULISMO: GUERRA ALL’IMU – Altra coincidenza secondo molti non casuale: a breve – il 17 dicembre – scadrà la seconda rata dell’IMU. Una buona occasione per cavalcare l’onda del populismo. Proprio come già fatto alla vigilia delle politiche 2006 quando, in pieno confronto televisivo con Romano Prodi, il Cavaliere giocò la carta (non prevista nel programma) dell’abolizione dell’ICI.

Allo stesso modo, dicono i ben informati, Silvio Berlusconi a giorni lancerà la proposta dell’abolizione di IMU e di Equitalia. Peccato, però, che – come ricordato già da Infiltrato.it – sia ora con l’imposta sulla casa, sia nel 2005 con la nascita di Riscossione spa (prima versione di Equitalia), lo zampino del Pdl è stato più che determinante. Come può Berlusconi parlare ora della loro abolizione? Ma, come sappiamo e come dimostrato dallo stesso Cavaliere in questi giorni, la coerenza non è certamente il suo forte.


LA RIFORMA ELETTORALE NON S’HA DA FARE – A conti fatti, dunque, tutto sarebbe stato da tempo stabilito e calcolato fin nei minimi dettagli: ricattare Monti, bloccare i lavori parlamentari per timore dell’incandidabilità, sfruttare la seconda rata dell’IMU per cavalcare l’onda populista. Accanto a tutto questo, però, c’è un altro aspetto da non sottovalutare: la riforma della legge elettorale. E anche qui la tempistica non è affatto casuale. Ragioniamo. Proprio il giorno prima della presentazione del testo in Aula, quando sembrava ormai raggiunto un accordo di fondo tra le forze politiche, una bozza presentata da Gaetano Quagliariello fa saltare tutto (premietto fisso di 50 seggi a chi vince e soglia del 40 per cento per accedere al premio di maggioranza. Ma, considerando che il 40 per cento è difficilmente raggiungibile e che i 50 seggi comunque non garantirebbero stabilità, ci si rende facilmente conto che questo sistema non garantirebbe affatto governabilità).


I SIGNOR SÌ RIALZANO LA TESTA – D’altronde l’ex premier ha parlato chiaro con i suoi: meglio il Porcellum che le preferenze dato che queste ultime non gli garantirebbe di influire direttamente sulla composizione delle liste. Il motivo di questa propensione potrebbe essere ricercato anche nel desiderio covato dal Cavaliere di fare pulizia interna nel partito, cosa che non potrebbe fare in caso di preferenze. Non solo. Personaggi come Guido Crosetto e Giorgia Meloni – due pidiellini assolutamente contrari alla scelta d’imperio di Silvio – stanno acquistando grande (e inaspettato) consenso che avrebbe potuto infastidire la leadership del Cavaliere in caso di preferenze. Con il mantenimento del Porcellum , invece, il problema è risolto. Meglio affidarsi ai vecchi colonnelli e alle signore e signori sì che, nel mentre, già sono tornati a rialzare la testa. Alcune dichiarazioni. Margherita Boniver: “Non vediamo l’ora di una decisione che tutti auspicano per una vigorosa campagna elettorale, su di un’agenda politica ed economica in grado di rimettere in moto l’Italia, ovviamente guidata da Silvio Berlusconi”. Anna Maria Bernini: “Berlusconi unica soluzione alla deriva delle sinistre”. Sandro Bondi: “Tutto il partito dovrebbe chiedere esplicitamente e a gran voce a Silvio Berlusconi di candidarsi a premier”. Mariastella Gelmini: “Per non consegnare l’Italia al partito delle tasse e battere l’alternativa Pd-Grillo servono il coraggio e la leadership di Berlusconi”. Domenico Scilipoti: “L’unica speranza per evitare il baratro è il ritorno in campo di Berlusconi che con la sua leadership può rianimare un centro destra oggi diviso e frastornato” .

Insomma, non è bastata nemmeno una legislatura fallimentare, nemmeno la crisi economica, nemmeno l’esperienza del governo tecnico. Né tantomeno gli imbarazzanti risultati elettorali registrati alle ultime amministrative. Né la condanna in primo grado a quattro anni. Niente di niente. Silvio Berlusconi ritorna. Con tutte le sue strategie mediatiche e demagogiche. Con i suoi interessi personali. Con le sue battaglie contro la magistratura. E con tutto il suo stuolo di signor sì.

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