Arrivederci, Italia. Il Time racconta la fuga dei cervelli

Arrivederci Italia” è il titolo con cui il Time ha deciso di raccontare l’Italia attraverso la lente d’ingrandimento dei cervelli in fuga.

 

fuga-dei-cervelliIl giornalista statunitense del Time, Stephan Faris, ha pubblicato di recente un articolo sul quotidiano americano che tratta la migrazione giovanile italiana all’estero. Un’inchiesta tradotta in Italia per l’Internazionale in cui si descrive l’ondata migratoria dei giovani italiani che hanno sostituito i contadini, i manovali e i loro avi che nel novecento lasciavano il proprio paese in cerca di fortuna. Le motivazioni della fuga dei cervelli risiedono nella stagnatura economica, nel sistema clientelare e nepotistico dell’Italia dell’ultimo decennio.

Il giornalista riporta l’esempio di Luca Vagliero 31 anni e laureato in architettura a Genova. Dopo la laurea, cerca lavoro in Italia senza ottenere nessuna occupazione. Si trasferisce all’estero, a Rotterdam, e inizia a lavorare nel “Office for metropolitan architecture”. Dopo un anno si sposta a Dubai, dove trova lavoro: progetta musei, ville, centri culturali e piani urbanistici ed è a capo di un equipe di sette persone. Vagliero esprime la sua felicità, parla della famiglia, con il pensiero che va agli amici rimasti in Italia precari e in difficoltà.

Nella parte iniziale dell’articolo, Faris ripropone l’affermazione del direttore generale dell’università Luiss di Roma Luigi Celli, quell’affermazione che gli costò molte critiche dalla classe politica e dal mondo degli industriali. Celli scrisse queste parole al figlio: “Questo paese, il tuo paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio… Per questo, con il cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”.

Parole forti che destarono preoccupazioni nel mondo della politica, indifferente alle questioni giovanili e distratto di fronte al fenomeno della fuga all’estero.

“Sono molti i casi di ragazzi che vanno all’estero e pochi gli stranieri che vengono in Italia” afferma Sergio Nava, conduttore del programma radiofonico “Giovani talenti”. E la conferma arriva dal Censis in un quadro che evidenzia un aumento del fenomeno  migratorio dal 1999 al 2008: di 2540 giovani laureati tra i 25 e 39 anni alla fine del secolo, fino ad arrivare a 4000 nel primo decennio del 2000.

In Italia la disoccupazione tra i giovani è più del doppio dei paesi europei, e una grossa fetta della spesa pubblica è destinata agli anziani a differenza degli altri paesi che considerano i ragazzi la risorsa più preziosa.

Italys_Job_Crisis-_Why_Young_Italians_Are_Leaving_-_TIMEL’articolo prosegue riportando altri esempi di laureati, come Federico Soldani, epidemiologo di 37 anni che spiega: «Da noi l’esperienza non si valuta in base al curriculum, alle competenze o alle capacità, ma solo in base all’età». Oppure Silvia Sartori: «In Italia i giovani sono considerati un problema, in altri paesi sono una risorsa».

Nel nostro paese i problemi sono molti: dallo stipendio all’accesso ad alcune professioni, dai lavori poco stimolanti e da un sistema di potere gestito da persone anziane. Inserirsi nel mercato del lavoro in Italia è diventato difficilissimo e in alcuni casi impossibile. Il passaggio di testimone in molte categorie è rimasto bloccato e si attende “la fila che non cammina più” spiega Soldani.

Filippo Scognamigli, segretario dell’associazione italiana Nova, che promuove la partecipazione di giovani italiani ai corsi di specializzazione in Business administrator, ha messo a confronto gli stipendi degli italiani con quelli degli americani che svolgono lo stesso lavoro. Il risultato è che un italiano prende il 58 per cento di quello che prenderebbe all’estero.

Pier Luigi Celli diceva ancora: «Stiamo condannando un’intera generazione a un buco nero».

E forse non aveva tutti i torti.

 

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