ARMI/ Un settore che non soffre la crisi: ecco perché e chi ci guadagna

C’è un settore che pare non vada mai in crisi: quello delle armi di cui l’Italia è uno dei massimi costruttori ed esportatori al mondo. Secondo i dati dell’Unione Europea analizzati da Unimondo, per le industrie europee gli affari vanno a gonfie vele: un aumento del 18% degli ordinativi per un fatturato annuo di 37,5 miliardi di euro. Il miglior cliente è l’Arabia Saudita: oltre 4,2 miliardi di commesse che i governi di tutta Europa hanno autorizzato senza alcun problema di coscienza.

 

di Maurizio Bongioanni

Unimondo denuncia la lacunosità con cui Bruxelles ha presentato i dati alla stampa di tutto il mondo: “Le informazioni sono incomplete e carenti” scrivono nel loro comunicato. “La relazione è stata pubblicata in chiusura d’anno in assoluto silenzio: nessun comunicato stampa, né Consiglio dell’Ue né sul sito del Parlamento Europeo”.

Probabilmente il rapporto sarebbe entrato in conflitto con un’UE premiata con il Nobel per la Pace. Ma più che esportare pace la missione dei principali Paesi Europei sembra essere quella di rifornire di armi i paesi in conflitto, in aperta violazione con la regola di evitare che le armi finiscano in mano ad eserciti in guerra o dittatori. Nel solo 2011 sono state autorizzate esportazioni di armi in Algeria (un affare da 815 milioni, di cui oltre la metà incassati dall’Italia), in Marocco (335 milioni soprattutto dalla Francia), Egitto (303 mil), Tunisia (16,5 mil) e addirittura la Libia, sotto embargo nel 2011 (34 mil di cui 17 provenienti dalla vendita di razzi e  bombe dalla Francia), Afghanistan (346 mil), Pakistan (410 mil) e India (1,5 miliardi).

Pochi mesi prima che scoppiasse il conflitto libico, il regime dittatoriale di Muammar Gheddafi ha acquistato dall’Italia armi per 8,4 milioni di euro. Si tratta in buona parte di pistole e carabine “Beretta” e fucili “Benelli”, mentre lo Yemen, altro paese dilaniato dalla guerra civile, ha importato armi italiane per 487mila euro. Secondo quanto denunciato dall’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia (OPAL), durante le rivolte arabe, solo dalla provincia di Brescia sono state esportate verso il Nord Africa armi e munizioni per un valore complessivo di 6,8 milioni di euro, mentre ai paesi del Medio Oriente sono finite armi per 11 milioni di euro. OPAL ha pure evidenziato come siano state esportate armi bresciane per più di un milione di euro alla Bielorussia, appena prima che l’UE ponesse l’embargo per le repressioni del regime Lukashenko.

Sia Prodi che Berlusconi sono stati attivissimi nella promozione del made in Italy del settore militare. Sono stati efficientissimi nel girare in lungo e in largo il pianeta per favorire l’export di armi e stringere alleanze con i regimi più corrotti.

armi_business_import_exportIn particolare nel 2011, anno in cui si è riscontrato un significativo aumento del numero delle autorizzazioni, rispetto l’anno precedente, per i cosiddetti “programmi intergovernativi di cooperazione”.

«E c’è da scommettere che i dati del 2012 saranno ancora maggiori» scrive Antonio Mazzeo sul suo blog, attivista da anni impegnato nella denuncia dei traffici d’armi «dato l’attivismo record del ministro della difesa, ammiraglio Di Paola, instancabile nelle missioni e nelle visite all’estero e nella partecipazione alle principali fiere internazionali delle industrie d’armi».

Il Governo Monti non si comporta meglio, anzi è manchevole di trasparenza: per quanto riguarda il fatturato relativo alle consegne effettive di armi, l’Italia ha dichiarato al Parlamento europeo per il 2011 un introito di appena 1 miliardo di euro, mentre secondo le analisi di Unimondo sarebbe più onesto parlare di 2,6 miliardi. Magra consolazione è che ci sono Paesi che si comportano peggio di noi: Regno Unito e Germania non hanno fornito alcun dato.

Ma rimaniamo in Italia. Il Governo ha intenzione di spendere oltre 10 miliardi nei prossimi anni per 90 cacciabombardieri F35 e ben 1,4 miliardi di euro per missioni militari all’estero. Tutto questo mentre si tagliano le risorse al welfare, alla sanità, agli enti locali. La campagna Sbilanciamoci, che ha presentato questo autunno il suo rapporto annuale, propone di effettuare piuttosto un taglio di 10 miliardi in tre anni delle spese militari, con una riduzione dell’organico delle Forze Armate da 190mila a 120mila persone e la cancellazione del programma di costruzione degli F35. Il risparmio andrebbe investito a sostegno di 300mila precari, alla messa in sicurezza di 3mila scuole e per consentire a 70mila giovani di poter svolgere il servizio civile.

Il 75% della spesa militare globale riguarda appena 10 paesi e gli Stati Uniti guidano la classifica con il 43% di tale introito.

La sudditanza dell’Italia verso la potenza militare americana si fa sentire eccome: «Abbiamo accettato di trasformare Vicenza, patrimonio Unesco, nella più grande base-alloggio dell’esercito Usa in Europa» riprende Mazzeo. «Abbiamo trasformato lo scalo siciliano di Sigonella nella capitale mondiale dei droni e stuprato un’intera riserva naturale, a Niscemi (Caltanissetta), per installare uno dei quattro terminali terrestri del pericolosissimo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS della US Navy».

Perché i Governi non possono fare a meno delle armi (pensate che la Grecia, il paese sull’orlo del default è allo stesso tempo quello che spende di più in armi, ben il 4% del suo Pil)?

La risposta è: perché l’industria delle armi è un grande affare per le Nazioni, le quali controllano anche le industrie che producono questi prodotti letali ma preziosi. È il caso dell’Italia e la sua controllata Finmeccanica di cui il Tesoro detiene il 30%.

Finmeccanica è un’azienda coinvolta recentemente da indagini per un incontrollato sistema di tangenti, conta un passivo di oltre due miliardi di euro e la maggioranza delle sue controllate hanno sede in stati con una minor pressione fiscale. Una perdita, insomma, per lo Stato. Un investimento negativo per la cittadinanza.

E che dire invece delle banche che mettono a disposizione i loro conti correnti alla vendita di armi? La Rete italiana per il Disarmo stila ogni anno una lista completa della movimentazione finanziaria relativa agli armamenti. Un dato interessante che se ne evince è che 113 milioni sono finiti nelle tasche degli intermediari. Quali sono gli istituti bancari maggiormente coinvolti? Sei banche movimentano l’80% degli introiti tra cui Deutsche Bank, BNP Paribas Italia, Barclays, Credit Agricole, Unicredit e Banca Nazionale del Lavoro.

«In troppe parti del pianeta si spara sulle folle utilizzando armi e proiettili italiani» conclude Mazzeo «ma questo non sembra proprio indignare i politici, i sindacati, i media e gli intellettuali».

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