Anno Zero: Belpietro e l’attentato, strategia della tensione?

Anno Zero: Belpietro parla dell’attentato subito, ma usa parole inquietanti come “terrorista” e “bigatista”: ci si prepara per una nuova strategia della tensione?

 

annozero5Chi ieri sera ha guardato Anno Zero non avrà potuto fare a meno di notare alcuni segnali inquietanti: quando è arrivato il momento, per Maurizio Belpietro, di raccontare la sua versione sul presunto attentato subito, il direttore di Libero ha usato più volte il termine “terrorista”, spingendosi persino a parlare di “brigatista”. Brigatista. Una parola che rievoca un passato scomodo e che, se usata da certi personaggi, potrebbe significare qualcosa di più che un semplice abbaglio.

D’altro canto, negli ultimi mesi, la tensione sta montando in maniera galoppante: nonostante l’invito ad abbassare i toni, pare che nessuno abbia la benché minima intenzione di buttare acqua sul fuoco, tutt’altro; ma per una riflessione più ampia, partiamo dalle parole che la buonanima Francesco Cossiga, esperto in strategia della tensione, pronunciò a fine 2008 in occasione delle proteste studentesche.

“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”.

Per un Paese gattopardiano come il nostro, la cui storia insegna che “bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”, gli ultimi accadimenti – i fortissimi contrasti nella maggioranza, il nuovo scandalo dei rifiuti a Napoli (successivo alla fiducia votata a Cosentino..), gli attacchi a sindacati e magistratura, i documenti che svelerebbero un’alleanza tra mafie, il ritrovamento del bazooka, il caso Belpietro e Marcegaglia – pare vadano quasi per inerzia, o forse perché seguono una strada tracciata da tempo, verso un obiettivo ben preciso: destabilizzare.

Il collasso della Prima Repubblica fu segnato da episodi chiave, tappe obbligate di un percorso di cambiamento che non avrebbe lasciato nulla al caso, con un manipolato d’eccellenza: la mafia siciliana.

Si ricordano gli omicidi di politici illustri, Salvo Lima e Ignazio Salvo; quello di un prete antimafia, Don Pino Puglisi; gli attentati ai magistrati, Falcone e Borsellino, seguiti dall’invio dell’esercito a Palermo; il fallito attentato ad un giornalista berlusconiano, Maurizio Costanzo; le bombe mafiose sparse per l’Italia.

Quello era anche il periodo di Mani Pulite, di una magistratura viva e frenetica nella sua attività di prevenzione e condanna dell’illegalità e della corruzione, aspetti questi che facevano da collante tra impresa, mafia e politica. E proprio la politica viveva una fase di grandi scossoni e cambiamenti: nella primavera del 1993 si forma un governo tecnico; il 13 maggio il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, accusato di reati mafiosi; il giorno dopo scoppia la bomba che avrebbe dovuto colpire Costanzo.

Gianni Barbacetto scrive che i luoghi delle bombe del ’92-’93 erano “secondo lo storico dei servizi segreti Giuseppe De Lutiis, tutti con possibili evocazioni massoniche”.

E veniamo quindi ad oggi, in cui il manipolato d’eccellenza non è più Cosa Nostra ma la Santa, la ‘ndrangheta calabrese, egemone – come allora lo erano i siciliani – nel mercato della criminalità organizzata. Con una specifica importante: i rapporti tra massoneria e ‘ndrangheta sono da tempo molto stretti e – probabilmente – aspirano a raggiungere i medesimi obiettivi. Tanto è vero che sia Angela Napoli, sia i calabresi collegati ieri sera con lo studio di Anno Zero, affermavano con forza che “dietro il bazooka non c’è solo la ‘ndrangheta” e che servizi deviati lavorano da tempo sul territorio.

Nulla di cui stupirsi per chi ha un minimo di memoria storica, dal secondo dopoguerra va così, le commistioni tra mafie, servizi deviati e massoneria determinano la vera agenda politica e di sviluppo del Paese.

C’è un libro molto completo a riguardo, che mette in relazione – come mai nessuno prima ha fatto – tutti i misteri d’Italia, a partire dalla strage di Portella della Ginestra, e può essere molto utile a inquadrare meglio la situazione attuale e a leggere certi segnali: “Misteri d’Italia” di Sandro Provvisionato, edizioni Laterza.

Si notano troppe analogie tra oggi, periodo di fine impero berlusconiano, e ieri, fine dell’era democratico-cristiana. Speriamo di sbagliarci, speriamo che dalle ceneri attuali nasca un’araba fenice giovane, moderna, meritocratica e onesta, eppure resta un dubbio: chi sarebbe grado di portare avanti questo progetto?

Fini? Casini? Di Pietro? O forse quel Beppe Grillo, visto dalla politica (e anche da qualcun altro..) come il fumo negli occhi? Nelle prossime settimane, forse, riusciremo a dare una risposta a questa domanda e a capire se ci aspetta una nuova stagione segnata dalla strategia della tensione.

 

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