ALITALIA/ 3,2 miliardi per salvarla. E spunta (di nuovo) l’ombra di AirFrance

Alitalia, nel 2008, sull’orlo del fallimento assicurato venne salvata dal governo Berlusconi e dalla Cgil per tutelare “l’italianità della compagnia”. In questo modo da servizio pubblico diventò una società privata (CAI). Alitalia ha continuato a vivere per altri 5 anni, zoppicando tra disservizi, diminuzione del personale e scarsa manutenzione. In questa manovra forzata salva-Alitalia, gli imprenditori hanno giovato della ‘good company’ –la parte positiva di quest’investimento- e i contribuenti, con le tasse, hanno sopperito alla ‘bad company’, addossandosi la parte fallimentare. Salvare l’Alitalia ci è costato 3,2 miliardi di euro. Ed ora c’è il rischio che Air France KLM compri la compagnia aerea, come già voleva fare.

 

di Maria Cristina Giovannitti

Non è la prima crisi economica che vive Alitalia, la compagnia di bandiera italiana. Già nel 1998 ebbe dei problemi economici, poi nel 2008 c’è stata la rovinosa ascesa economica che l’ha portata sul baratro del fallimento. Costi troppo alti di personale e di gestione, incapacità di adeguarsi alla concorrenza ed attirare nuovi passeggeri e così la compagnia aerea accumula 1,4 miliardi di euro in debiti. Due sono le possibilità: reinvestire oppure accettare la proposta di AirFrance KmL.


LA SCELTA DI B. – Siamo nel 2008 ed al governo c’era Berlusconi che, con patriottico coraggio decise di non vendere l’Alitalia ai francesi, per amore dell’ “italianità”. Una salvaguardia nazionalistica, che ebbe l’appoggio anche della Cgil di Epifani, l’allora capo della segreteria. Per il sindacato, il no ad AirFrance era soprattutto dettato dalla tutela dei lavoratori, in difesa del loro sacrosanto diritto di lavorare.

Cosi la compagnia di bandiera resta italiana ma si privatizza, con l’aiuto di Banca Intesa guidata da Corrado Passera ed entrano in gioco gli imprenditori: c’è così il passaggio da Alitalia a CAI – Compagnia Aerea Italiana (secondo il Lodo-Letta, legge del 27 ottobre 2008 n.166) che ha per soci gli imprenditori Riva, Benetton, Tronchetti-Provera, Intesa San Paolo, Ligresti, Colaninno, Angelucci, Marcegaglia, Caltagirone. Questi azionisti non pagano, però, il debito ma solo 1 miliardo di euro – seppur in realtà sono stati versati solo 400 milioni- mentre la parte ‘rognosa’ –quella in cui bisogna pagare il debito – tocca ai contribuenti che, fino ad ora per salvare Alitalia, hanno versato 3,2 miliardi di euro, oltre ai 4,4 miliardi di euro dello Stato per la ricapitalizzare la società dal 1998 al 2008.

Intanto, aspettando che venisse ufficializzata la scelta di non vendere ad AirFrance, lo Stato ha tamponato momentaneamente destinando anche un ponte di prestiti di 300 milioni di euro, consumati velocemente.


IL BLUFF DELLA SCELTA DI B. – In primis la scelta di Berlusconi non ha migliorato la situazione perché l’Alitalia continua a perdere 630 mila euro al giorno, avendone a disposizione solo 300 mila e i soci, onde evitare di mettere mano al portafogli, si preparano ad una ‘finanza creativa’.

In più, come spiegano in un interrogazione i politici Giambone, Belisario, Bugnano e De Todi, con la privatizzazione dell’Alitalia la società si è divisa tra ‘good e bad company’. Nella ‘good company’ rientrano gli investimenti dei soci mentre nella ‘bad company’, affidata ad Augusto Fantozzi, sono destinati tutti i debiti finanziari che vengono pagati dallo Stato e dai cittadini. Inoltre la scelta di B. non ha neanche tutelato i lavoratori, come voleva la Cgil, poiché 8.000 lavoratori sono stati mandati per 4 anni in cassa integrazione e per 3 anni in mobilità.

alitalia_air-franceLa CAI ha devoluto rami di attività con centinaia di lavoratori nonostante gli ingenti finanziamenti ricevuti, ha ceduto 102 lavoratori alla società HANDING HG di Palermo e qualora questa società avesse avuto bisogno di altro personale, avrebbe dovuto chiedere per prima alla CAI. Lavoratori sballottati a destra e manca. La CAI, inoltre, ha dato una parte dell’amministrazione alla società BYTE, senza dichiarare il fallimento, mettendo in mobilità 1.000 dipendenti ed usando i privilegi del decreto n.134 del 2008.

Anche per la Corte dei Conti la scelta di privatizzare di B. è stata un bluff: l’operazione Alitalia si è svolta a vantaggio degli imprenditori che hanno rilevato la ‘good company’ ed hanno sobbarcato i debiti da pagare allo Stato e ai cittadini. Inoltre ci sono stati comunque 8 mila lavoratori a carico dello Stato, attraverso la mobilità e c’è sapore di speculazione sui finanziamenti statali destinati alle aziende che lavoravano in appalto per la CAI. Sempre a quanto scritto nell’interrogazione politica, la CAI una volta tolti i posti ai dipendenti con contratti stabili, ha fatto assunzioni a proprio piacimento.

POST SCELTA DI B. – Fino al 12 gennaio 2013 tutti i soci della CAI erano vincolati dalla clausola LOCK-UP: per 4 anni nessuno di loro ha potuto cedere le loro azioni all’esterno e soprattutto alla AIR FRANCE KLM.

Ormai i termini stanno per scadere e la AIR FRANCE – spauracchio berlusconiano – si ripresenta spalleggiata dalla LAZARD, banca d’affari francese, visto che la compagnia francese ha la precedenza nelle trattative di acquisto.

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