ALCOA, SULCIS E GESIP/ Se il governo spreca, promette e poi lascia i lavoratori in mezzo a una strada

Tre miliardi di finanziamenti pubblici in tredici anni per l’Alcoa. Tra il 1998 e il 2010 364 milioni di euro per la Carbosulcis. Cinque milioni di euro al mese per la Gesip spa. Ora queste aziende rischiano una chiusura definitiva con l’ovvia conseguenza che migliaia di lavoratori finiranno in mezzo a una strada. E intanto il governo continua a promettere senza mantenere – per la Gesip, dall’oggi al domani l’esecutivo è tornato indietro sul suo impegno di versare cinque milioni – e a far comunicati che scontentano tutti, operai e aziende.

di Antonio Acerbis ed Emanuele Trevi

Monti_quinquesSoldi, soldi, soldi. Tanti. I finanziamenti di cui hanno goduto i tre stabilimenti che ora stanno per chiudere (uno privato e due partecipate al 100%) sono decisamente corposi. Dell’Alcoa abbiamo già parlato: da quando la multinazionale si è installata a Portovesme nel ’96 ha goduto di benefici, sconti e finanziamenti che sono costati alle casse dello Stato 295 miliardi di euro, tanto che si è arrivati ad una condanna UE. Ben diversa la realtà della Carbosulcis, l’azienda preposta all’estrazione del carbone dalla miniera dell’Iglesiente. Stiamo infatti parlando di una società completamente a partecipazione pubblica, dato che appartiene al 100% alla Regione Sardegna. Nonostante questo, però, anche qui i soldi sono piovuti a go go. Tra il 1998 e il 2010 la Carbosulcis ha incassato 364 milioni di euro: 70 milioni dallo Stato e 294 dalla Regione. Se ci spostiamo in Sicilia, il discorso resta profondamente simile. Nella stessa situazione si trova la Gesip spa, la partecipata palermitana che si occupa, come si legge sul sito, di “esigenze di servizio della città di Palermo e di aprire, nel contempo, nuove opportunità d’impiego per le fasce più deboli del mercato del lavoro”.

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Ebbene oggi queste aziende stanno per chiudere. Se qualcuno non dovesse intervenire, migliaia e migliaia di lavoratori si ritroverebbero, dall’oggi al domani, senza un’occupazione. Questo qualcuno non può che essere il governo e, nella fattispecie, il ministero dello Sviluppo Economico. Corrado Passera da ieri si è messo in moto, ma le risposte che arrivano, per tutti e tre i fronti, non accontentano nessuno: false promesse, risposte assolutamente blande, comunicati che non dicono niente. Il lavoro dell’esecutivo per scongiurare la chiusura di società e impianti, insomma, è stato nullo: non ha portato ad alcun risultato.

Basti d’altronde analizzare come sono andate le giornate di ieri e di oggi. A partire dalla questione Alcoa. Come Infiltrato.it ha documentato, l’incontro di ieri tra istituzioni e la Glencore (multinazionale svizzera interessata a rilevare lo stabilimento di Portovesme) si è concluso con un nulla di fatto. Nonostante il MiSE parli di un “incontro costruttivo” perché si sarebbe confermato l’interesse “a discutere della questione Alcoa”, la realtà è ben diversa. Gli svizzeri hanno preso del tempo, dato che né il governo, né la regione sarda hanno saputo garantire alcunché sulle cosiddette “condizioni di contesto”. Una su tutte, il costo dell’energia elettrica. “Anche i sassi – hanno spiegato in una nota congiunta Maurizio Zipponi e Federico Palomba (entrambi IdV, che segue da vicino la questione) – sanno che per avere una filiera dell’alluminio competitiva è necessario che il prezzo della corrente elettrica sia simile a quello pagato dai concorrenti europei. Ad oggi, su questo aspetto, il ministro Passera non è in grado di fornire garanzie precise, né da parte del governo né da parte dell’Enel”. Non solo. Ben più grave, peraltro, il fatto che nessuno dei problemi reali – quelli relativi direttamente ai lavoratori – sia stato infatti affrontato. Niente si legge, ad esempio, riguardo all’annosa questione dei lavoratori interinali che rimarranno senza il benché minimo lavoro. Niente, soprattutto, si legge sulla possibilità che lo stabilimento, nell’attesa di una risposta della Glencore, possa comunque chiudere. Se così fosse, già domani o dopodomani i lavoratori potrebbero trovarsi davanti a cancelli chiusi.

Ma spostiamoci sulla questione del Sulcis. Anche in questo caso le risposte fornite dal governo sono quanto mai insufficienti. Al termine del tavolo tecnico il sottosegretario De Vincenti ha annunciato: “la miniera non chiuderà il 31 dicembre”. Ma, evidentemente, qui non si tratta di un problema di date.”Un governo degno di questo nome – chiosano ancora Palomba e Zipponi – dovrebbe garantire ai minatori sardi concretamente, e non con le solite promesse su carta, un piano industriale di riconversione che punti sulla piena rioccupazione di quei lavoratori che chiedono lavoro e non assistenza”. Nulla cambia, insomma, se la miniera invece di chiudere il 31 dicembre chiuda il primo gennaio. “Sa quasi di presa in giro la risposta del ministero”, dicono in tanti tra i minatori. Il problema – asseriscono invece quelli che vorrebbero chiudere – è che il carbone estratto è di bassa qualità per via dell’alta presenza di zolfo. Peccato però che già nel 2000 gli operai avevano presentato un progetto di riconversione che aveva ricevuto parere positivo anche dall’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi. Il progetto, però, è stato poi abbandonato. E nessuno, anche oggi, ha pensato di riprenderlo in mano.

Se ci spostiamo in Sicilia la situazione non va meglio. Anzi: qui ai comunicati cautamente e falsamente ottimisti, si sostituiscono le promesse, fatte e mai mantenute, dell’esecutivo guidato da Mario Monti. A Palermo, infatti, si aspettava l’arrivo di cinque milioni per la Gesip, cinque milioni residui previsti dall’ordinanza della Protezione civile del 4 maggio scorso. Erano stati promessi. Ma niente da fare: l’esecutivo è tornato sui suoi passi, infischiandosene dei 1800 lavoratori siciliani. Da ieri il sindaco Leoluca Orlando sta monitorato la vicenda chiedendo un intervento tempestivo da Roma: “Se i fondi non arrivano da domani (oggi ndr) scatta il licenziamento collettivo”. E così è infatti stato. Il governo, ha sottolineato ancora il sindaco palermitano, ha ignorato la richiesta avanzata dall’amministrazione di un intervento triennale straordinario, per un totale di 180 milioni di euro, sul quale calibrare gli interventi di risanamento a garanzia dei servizi e del personale della Gesip.

Insomma, tante promesse, ma nessuna di queste è stata mantenuta. Tutti i ministri, infatti, si erano dimostrati profondamente ottimisti sulla vicenda Gesip. “Palermo ha i margini per trovare la strada giusta”, aveva detto Fabrizio Barca. E il ministro Cancellieri aveva ribadito il suo “personale impegno” per trovare una soluzione. Peccato che i fatti dicano tutt’altro.

 

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