ALCOA/ Disastro da 295 miliardi. I rischi: nuovo ricatto e disoccupati. Tuona IdV con Zipponi e Di Pietro

È il 1996. A Portovesme viene installato uno stabilimento Alcoa. Da allora lo Stato ha garantito importanti finanziamenti al colosso americano. In 15 anni più di tre miliardi di soldi pubblici tra sussidi e significativi sconti. E quando la pacchia è finita per via di una sentenza UE – peraltro disattesa dall’Italia – l’industria non ci ha pensato due volte: chiusura dello stabilimento e trasferimento in Arabia. Ecco la storia, tutta italiana, di finanziamenti pubblici e guadagni privati. Di uno Stato molle messo sotto ricatto per ben quindici anni da un colosso economico. Ora il rischio è che la storia si ripeta. Tuona IdV con Zipponi e Di Pietro.

di Carmine Gazzanni ed Emiliano Morrone

Lavoratori_AlcoaSono partiti due giorni fa dalla Sardegna i 56 lavoratori dello stabilimento Alcoa di Portovesme che rimarranno per ben due giorni a presidiare il ministero dello Sviluppo Economico finché non ci saranno risposte vere, forti e credibili. Il lavoro dovrebbe essere un diritto. Così c’è scritto nella nostra Costituzione. Provate però a dirlo ai migliaia di lavoratori e lavoratrici sardi che da giorni stanno lottando come possono per farsi riconoscere quello che gli spetterebbe.

La vicenda dello stabilimento Alcoa di Portovesme è emblematica: da una parte uno Stato molle, dall’altra il gigante americano che tiene sotto ricatto l’istituzione pubblica. Che prontamente si piega alle condizioni imposte della multinazionale. Un ricatto che nel giro di 15 anni è costato alle casse pubbliche tre miliardi di euro. E a pagarne le conseguenze sono loro, i lavoratori. Rischiano tutti di perdere il posto. Nessuno, però – lo abbiamo visto in questi giorni – è disposto ad accettare le condizioni di uno Stato troppo spesso maldestro.

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La storia, per poter essere compresa appieno, va raccontata da principio. Era il 1967 quando l’Alcoa (Aluminum Company of America) sbarca in Italia. Ci mette trent’anni, però, per avviare realmente la produzione: nel ’96 acquisisce la Alumix, una società a partecipazione statale. Ed ecco il primo aiuto da parte dello Stato. Il contratto prevede una clausola molto vantaggiosa per gli americani: concessione di tariffe agevolate da parte dell’Enel. Uno sconto elettrico di cui la multinazionale gode da contratto per ben dieci anni.

Ma non basta. Nel 1999 si decide di introdurre un cambiamento rivoluzionario nelle nostre bollette: viene infatti introdotta la Componente A4. Una sorta di tariffa che tutti i contribuenti si trovano a pagare e che pesa per circa 1,5 euro l’anno a bolletta. La componente per anni è stata utilizzata per compensare le aziende ad alto consumo energetico. Ne hanno beneficiato, tra le altre, la ThyssenKrupp e, appunto, l’Alcoa. Insomma, accanto agli sconti si è garantito alla multinazionale americana anche un finanziamento cash.

Si arriva, così, al 2005. I dieci anni delle tariffe agevolate scadono. E lo Stato che cosa fa? Rinnova. Immediatamente. La cosa, però, comincia ad insospettire i commissari dell’Unione Europea. Che, dopo vari controlli, decidono: l’Alcoa non può continuare a fare la mantenuta, non può pesare sulle casse dello Stato. Anche perché – è bene ricordarlo – non stiamo parlando di un’azienda in crisi, ma del terzo gruppo mondiale, un colosso da 61mila dipendenti nel 2011 e 25 miliardi di dollari di fatturato. Ma niente. L’industria, ancora una volta, ricatta le istituzioni: o abbiamo diritto a questi finanziamenti o chiudiamo i battenti. Senza sussidi ce ne andiamo.

La vicenda, ricostruita nel dettaglio da Marco Cobianchi in Mani Pulite, è emblematica. Ci sono tutti gli elementi per la più classica delle storie: uno Stato spendaccione che regala e finanzia contro ogni logica e il potente americano che ne approfitta e finisce col vedere quello che è un privilegio (peraltro ingiustificato) come un diritto.

Ecco, allora, che l’Italia insiste contro i commissari UE i quali sbaglierebbero a considerare sconti tariffari come aiuti di Stato. Tesi bislacca, dato che gli sconti “sono pagati da una tassa corrisposta da tutti i consumatori di elettricità in Italia”. Insomma, un aiuto vero e proprio. Ma l’Italia non si arrende e torna all’attacco: tali aiuti sono stati necessari perché in Sardegna il costo dell’elettricità è più alto rispetto al resto del Paese. Falso: nell’isola, addirittura, il costo sarebbe inferiore dato che c’è una maggiore capacità produttiva (e, ovviamente, il costo scende). Niente da fare, dunque. Tanto che la Commissione UE arriva a sentenza: l’Italia dovrà farsi restituire tutti i soldi di cui l’Alcoa, in tredici anni, ha goduto: 295 milioni di euro. Ma la multinazionale, come detto, non ci sta: a queste condizioni lasciamo lo stabilimento, significa. Con buona pace dei lavoratori.

L’Italia, però, non muove un dito. Non chiede il conto. Anzi, passano solo pochi mesi e viene messo su un nuovo decreto per l’Alcoa (e non solo, dato che furono tante le imprese che ne beneficiarono): ancora una volta tariffe agevolate sull’elettricità. Sottolinea Cobianchi: “Nel 2010 questi sconti hanno permesso all’Alcoa di pagare per un megawattora 30 euro rispetto a un prezzo medio nazionale di 57”. Un gran bello sconto. La cui data di scadenza – non a caso – cade quest’anno. Ecco perché l’Alcoa ha deciso di chiudere definitivamente lo stabilimento e, nel frattempo, si è cominciata a guardare attorno. Come ha ricostruito Il Fatto Quotidiano, già a dicembre del 2009 è stata siglata l’alleanza con la saudita Ma’aden, per la costruzione di un enorme sistema integrato di produzione di alluminio sulla costa orientale dell’Arabia Saudita, con un investimento di circa 11 miliardi di dollari.

Una storia, dunque, di sprechi e regali ad una multinazionale che ha messo sotto ricatto un Paese e che ora, come se niente fosse successo, va via. Adesso tocca al ministero dello Sviluppo Economico trovare nuovi acquirenti (si parla della multinazionale svizzera Glencore). I tempi sono strettissimi. Bisogna muoversi in fretta. E, casomai, con un altro piglio e forte personalità. Per non cadere nuovamente sotto i ricatti dei colossi industriali. Per garantire a quei lavoratori un diritto che, oggi, vacilla. Un diritto per cui si è battuto con fermezza Maurizio Zipponi, responsabile del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori e già sindacalista di provata esperienza.

Zipponi insiste da tempo, per dovere di cronaca, sull’incapacità dei governi Berlusconi e Monti di condurre una politica industriale per il Paese. Riguardo al caso Alcoa, Zipponi tuona: “In queste ore a Roma sono arrivati anche i lavoratori dell’Alcoa che, con la loro marcia, dimostrano di non voler recedere dalle loro posizioni e reclamano, giustamente, risposte dal governo. Purtroppo per loro, Monti è sempre più dedito ai viaggi turistici in giro per l’Europa dei poteri forti ed è impegnato nei convegni e nella difesa degli interessi di una piccola Casta economico-finanziaria”.

Per Zipponi, “il presidente del Consiglio dovrebbe andare in Sardegna, a Taranto e a Termini Imerese per incontrare gli operai. La verità drammatica è che il Paese sta sprofondando e la miniera della Carbosulcis sta diventando una terribile metafora del sistema produttivo italiano, un tunnel buio.

Secondo Antonio Di Pietro, leader dell’IdV: “Servono  misure immediate soprattutto nelle realtà (come Alcoa, ndr) in cui stanno scoppiando crisi terribili, non più gestibili. Se il presidente del Consiglio Monti e i ministri Passera e Fornero non sono all’altezza lo dicano e si facciano da parte”.

Intanto, diversi lavoratori Alcoa si sono stamani spostati dal ministero dello Sviluppo economico a Montecitorio, per far ascoltare la loro voce, considerata, ormai, solo da pochi.

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