ELENCO PUBBLICISTI/ Tra abolizioni, riforme classiste e una pazza idea: “Pensioniamo l’Ordine”

di Andrea Succi

Cosa succederà a partire dal fatidico 13 agosto 2012? Si rincorrono le voci più disparate: “verrà sciolto l’Ordine dei Giornalisti”, “chiunque scriverà più di dieci articoli potrà essere denunciato per esercizio abusivo della professione”, “I pubblicisti? Saranno spazzati via, non avendo fatto l’esame di Stato”, “non sarà possibile iscrivere nuovi pubblicisti, neanche quanti hanno già concluso o stanno per concludere il percorso, previsto dalla legge vigente, di due anni di collaborazione continuativa e retribuita per chiedere l’iscrizione all’apposito elenco”.

stampa_pubblicisti_aboliamo_lordineA queste dicerie ha messo fine il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, che in parte ha chiarito i dubbi (legittimi) degli oltre 80 mila pubblicisti italiani e in parte ha rimandato tutto al 13 agosto. Si sa per certo che l’Odg non verrà sciolto e che nessuno verrà denunciato se scriverà qualche articolo al mese; ma è chiaro che l’accesso alla professione giornalistica sarà in qualche modo regolamentato.

Come? Condizionando l’accesso all’Ordine con un esame di Stato.

Secondo Antonello Antonelli, membro del Consiglio regionale dell’Ordine dell’Abruzzo, “se l’accesso all’Ordine è condizionato ad un esame di Stato, allora i pubblicisti sono automaticamente fuori legge, in quanto sono all’interno di un Ordine ma senza che la legge preveda esami per il loro ingresso”.

Il che non è proprio una notizia rassicurante. Ma Antonelli si è anche affrettato ad aggiungere che “non c’è alcuna decisione già presa” e invita “chi non riesce a completare i 24 mesi necessari per raggiungere l’iscrizione da pubblicista entro il 13 agosto 2012 a continuare comunque a lavorare e stare alla finestra, vediamo che succede!”.

Insomma, la speranza è l’ultima a morire. Ma poniamo il caso che la riforma andrà in porto secondo le più nere aspettative, ci troveremmo di fronte ad una situazione tale, per cui chi manda avanti la baracca dell’informazione – quindi i pubblicisti precari e sottopagati – subirebbero un durissimo colpo, per non dire una condanna a morte definitiva, lasciando campo libero a chi può permettersi di fare la trafila per diventare giornalista professionista.

Anche perché “il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riunito a Roma nei giorni 18,19 e 20 gennaio, ha approvato senza alcun voto contrario le linee guida per una riforma dell’ordinamento giornalistico, alla luce delle novità introdotte dalle legge 148/2011 e successive modificazioni.”

In sostanza “fermi restando l’unicità dell’Albo, la permanenza dei due Elenchi e i diritti acquisiti dagli iscritti all’entrata in vigore della riforma, l’accesso alla professione di giornalista dovrà avvenire attraverso l’esame di Stato. Per sostenere l’esame di Stato gli aspiranti giornalisti dovranno possedere una laurea e aver svolto un tirocinio di 18 mesi. Le forme di tirocinio saranno individuate in un regolamento e potranno essere: praticantato aziendale, frequenza master dell’Ordine, compiuta frequenza di corsi universitari specialistici post laurea in giornalismo, sistematica collaborazione equamente retribuita a testate giornalistiche. A far data dall’entrata in vigore della riforma, chi avrà superato l’esame di Stato sceglierà se iscriversi nell’Elenco Professionisti o in quello Pubblicisti non possedendo il requisito dell’esclusività professionale. Chi ha già superato un esame di Stato per l’iscrizione ad un diverso Albo professionale e ha svolto il tirocinio giornalistico, può accedere direttamente all’Elenco Pubblicisti.”

Più che una riforma liberalizzatrice e moralizzatrice questa ha tutta l’aria di essere una riforma classista.

Intanto la laurea non è gratis, ha un costo e anche piuttosto elevato: infatti, secondo uno studio condotto da Federconsumatori nel 2010, tra tasse universitarie annuali, spese per la casa (affitto e mantenimento) e spese per i libri, laurearsi costa circa 7 mila euro l’anno. E si tenga presente che gli studenti fuori sede sono oltre il 20% del totale, cui vanno aggiunti quelli che si spostano all’interno della propria regione di residenza.

Se alla laurea triennale bisogna aggiungere anche la specialistica o il Master ecco che il budget da mettere in conto può raggiungere vette insopportabili, soprattutto in un periodo storico di crisi economica come quello che stiamo vivendo.

Quindi la domanda da porsi è: quanti giovani aspiranti giornalisti possono permettersi di sostenere l’esame di Stato e, quindi, di laurearsi ed effettuare il tirocinio di 18 mesi?

Uno che, probabilmente si sarà fatto la domanda, dandosi anche la risposta (non gli sarà piaciuta, crediamo) deve essere Romano Bartoloni, Presidente del Sindacato Cronisti Romani e “giornalista con 50 anni inquadrati nell’Ordine.”

In una lettera aperta all’Odg ha lanciato una proposta molto forte, sicuramente provocatoria ma altrettanto giustificata: “Nell’epoca della comunicazione digitale l’Ordine sta stretto a chiunque: pensioniamolo, è in via di declino.” Detto da uno con la sua esperienza cinquantennale fa sicuramente riflettere.

Ma Bartoloni è ancora più chiaro ed esaustivo: “Senza tariffario poi, via libera alla corsa degli editori al maggior ribasso dei compensi. Se non si sperasse nell’ancora di salvezza del sindacato, continuerebbero a rimanere senza tutele (contrattuale, previdenziali, assicurative), 25 mila colleghi  tra autonomi e precari (dati istituto di ricerca LSDI) che lavorano come matti anche 12, 13 ore al giorno per qualche euro a pezzo. Ben 6 su 10 hanno un reddito lordo annuo inferiore ai 5mila euro. Non ha più senso un Ordine rimasto all’età del piombo e arroccato a presidio di un’identità che non è più quella di una volta. In un Paese dove ogni giorni diventa sempre più difficile sbarcare il lunario, e in un settore come il nostro attanagliato dalla disoccupazione, dagli stati di crisi e dalla precarietà del lavoro, mantenere in piedi il carrozzone dell’Ordine è un lusso che non possiamo permetterci.”

Il che non sarebbe del tutto astruso, visto che nel referendum presentato dai Radicali nel ’97, sull’abrogazione della “legge 3 febbraio 1963, n. 69, nel testo risultante dalle modificazioni apportate dalle leggi 20 ottobre 1964 n. 1039 e 10 giugno 1969 n. 308 e dalle sentenze della Corte costituzionale n. 11 e n. 98 del 1968, recante Ordinamento della professione di giornalista”, nonostante il mancato raggiungimento del quorum (30%), il 65% dei votanti ha espresso un sì convinto all’abrogazione dell’Ordine. Anzi. Otto milioni di sì.

LEGGI LA LETTERA INTEGRALE DI BARTOLONI

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