“Afghanistan – Camera Oscura”. Gabriele Torsello racconta a Infiltrato la sua verità, contenuta nel libro

“Non sei stato sequestrato dai Taliban …” continua a parlarmi Rahmatullah “…Questi che ti hanno liberato sono Taliban! Ma non dirlo a nessuno!”. È questo uno dei passaggi chiave dell’intero volume di Gabriele Torsello: il dialogo tra lui e Rahmatullah, volontario afghano di Emergency, in uno dei momenti della liberazione. Abbiamo intervistato il fotoreporter sequestrato in modo sospetto. Torsello ha ripercorso nel suo volume l’incredibile vicenda personale.

di Alessandro Corroppoli

TorselloLa storia di Gabriele Torsello si differenzia da tutte le altre vicende di giornalisti sequestrati in Afghanistan nel 2006. Per due aspetti. Uno perché il fotoreporter pugliese è un giornalista indipendente, due per il silenzio in cui cade lui con la sua storia negli ultimi sei anni. Leggendo le pagine di “Afghanistan – Camera Oscura”, KASH GT, edizione e distribuzione indipendente, ci si immerge in un mondo che noi occidentali abbiamo dimenticato, anzi non abbiamo mai visto. Torsello, attraverso parole e immagini, ci conduce per mano nella società afghana, fatta di mille contradizioni e di mille sfumature linguistiche. Un racconto, un piccolo film fatto di aneddoti e di tanta bontà.

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Si parte con la notizia dell’attentato dell’ 11 Settembre alle Torri Gemelle del 2001 e al primo tentativo dello stesso anno di ottenere un visto, poi rifiutato, di entrare in Afghanistan. Passano quasi 5 anni, quando Torsello torna in terra afghana. Ad attenderlo c’era un sequestro, avvenuto il 12 ottobre 2006 (Torsello è stato sequestrato per 23 giorni in Afghanistan, dove stava realizzando una serie di reportages per raccontare il dramma di un paese in guerra, la condizione femminile, l’emergenza sanitaria, la libertà di stampa). Poi tante avventure ma anche e soprattutto l’ombra su una delle organizzazioni più importanti nel campo degli aiuti umanitari, Emergency. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore, a cui abbiamo posto delle domande.


Torsello il suo racconto, mi permetta di definirlo un piccolo cine-racconto, mostra un paese sconosciuto ai più e offre la possibilità al lettore di sentire vicini e familiari dei posti lontani non solo geograficamente. Il suo essere “afghano” non solo la contraddistingue dagli altri suoi colleghi, ma soprattutto lo rende credibile agli occhi della società afghana. Quando e perché è avvenuta questa sua conversione?

Più che conversione, credo sia uno sviluppo culturale. Parto dal presupposto che per documentare la quotidianità di un popolo culturalmente e storicamente diverso dal proprio, occorre conoscerne il pensiero e tutto ciò che lo determina, altrimenti sarebbe come tradurre un testo di lingua antica utilizzando un dizionario moderno. Questo mio approfondimento culturale è iniziato nel 1994, quando per la prima volta visitai il Kashmir, Paese tuttora in disputa tra India e Pakistan dal 1947.


Come ho sottolineato in precedenza, nelle pagine di “Afghanistan – Camera Oscura” si possono trovare veri e propri spaccati di vita quotidiana. Ma sicuramente ciò che farà balzare agli onori della cronaca il volume sono due aspetti: l’atteggiamento ambiguo di Emergency e il suo sequestro/liberazione.  Partiamo da quest’ultimo: chi l’ha sequestrata?

Sono stato sequestrato da cinque uomini armati ben organizzati, sostenuti e diretti da un poliziotto deviato e corrotto dell’Helmand.


Perché lei?

Il mio, credo, non sia stato un sequestro casuale: penso sia stato tutto pianificato e organizzato per bene. Non mi sono trovato coinvolto nel “classico” sequestro di gruppo; diversi elementi lo provano. Il sequestro è avvenuto su un autobus di linea, cosa mai accaduta fino ad allora, perché sugli autobus ci sono più persone,  è la cosa è meno gestibile; in questo senso è preferibile la macchina.


Mi tolga una curiosità. Lei chiude il racconto con l’espressione laconica “fine del sequestro fisico”. Perché, che cosa succede poi?

Mi è stata sequestrata la facoltà di far chiarezza. Sono stato obbligato ad accettare verità raccontate da altri, anche se drasticamente contrastanti con i fatti realmente accaduti e vissuti in prima persona.


Chi o cosa l’ha fatta rimanere in silenzio così tanto tempo?

Il motivo è nella risposta precedente. Inizialmente ho preferito non parlare invece che accodarmi alle dichiarazioni ufficiali rilasciate dall’unica agenzia stampa che, durante il sequestro, aveva l’esclusiva e il monopolio sulla mia storia: Peacereporter, l’ex ala informativa di Emergency. Successivamente ho iniziato a indagare personalmente sulla vicenda e ciò ha richiesto circa 5 anni di lavoro.


Mi offre giusto l’assist per parlare di Emergency. Sin dal suo primo incontro con i responsabili dell’organizzazione si notano tra dichiarazioni ufficiali e prese di posizione interne molte contradizioni. Oggi che idea si è fatto, a mente fredda?

Più che a mente fredda, l’idea che mi sono fatto oggi in base agli elementi a conoscenza è la seguente: qualcuno all’interno dell’ospedale di Lashkar-gah aveva ricevuto ordini esterni di vigilare sul mio operato, controllare i miei movimenti, assicurarsi che non avrei trasmesso le foto realizzate nell’arco delle tre settimane di permanenza nell’Helmand e, infine, assicurarsi che avrei lasciato la città in modo facilmente rintracciabile.


Secondo Lei è solo una coincidenza il sequestro nello stesso giorno in cui prende il bus come mezzo di trasporto, bus consigliato dall’operatore di Emergency?

In Afghanistan non esistono le coincidenze.


Infine, cosa non rifarebbe in quell’indimenticabile avventura del 2006 e che cosa più le manca dell’Afghanistan?

Che cosa non rifarei? Non ritornerei a Lashkar-gah dopo aver visitato Musaqala. Che cosa mi manca? Un fotoreportage di aggiornamento.

Chiudiamo, come avevamo aperto, con un  passaggio del libro, e precisamente quando Gabriele, detto Kash, viene rapito: “Chi siete, che volete, dove andiamo? ‘Io devo andare a Kabul’. Cerco di dire qualcosa. Loro continuano i loro discorsi e poi, rivolgendosi a me: ’Musa Qala, Musa Qala, tu a Musa Qala ah ah!’ […] Stringo i denti, non è modo di dire, lo faccio veramente. Calmo devo stare calmo”.

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