ABBAZIA FLORENSE/ La politica non ha più alibi: sia un consiglio comunale di verità, per il bene comune

Per l’ultima volta, aspettiamo che la politica di San Giovanni in Fiore (Cosenza), verso cui non vogliamo avere preconcetti e che non intendiamo né possiamo condannare, dica la verità, tutta la verità sull’Abbazia florense. Maggioranza e opposizione si confrontino in consiglio comunale, ormai prossimo, su un terreno di dialettica civile. Che la seduta non si trasformi in spettacolo dell’indecenza e che si guardi al futuro dell’Abbazia florense.

di Emiliano Morrone

Abbazia_20È partita la macchina del fango, in Calabria. E non solo quella, se cauti non sottovalutiamo certi segnali. La causa scatenante è l’inchiesta sull’Abbazia florense di San Giovanni in Fiore (Cosenza), pubblicata da Infiltrato lo scorso 17 luglio. Non pochi si sono scagliati contro il giornale e il suo direttore, come se il problema fossimo noi e non le irregolarità del caso, raccontate con documenti e testimonianze.

Ora qualcuno dirà in giro che ci stiamo arricchendo, che bramiamo candidature o posti di lusso, accecati dalla fama a spese di politici indefessi, magari eredi di quel san Giorgio La Pira che a Firenze donò il suo cappotto a un povero assiderato. Ma siamo vaccinati e, soprattutto, abituati. Ricordiamo che in passato ci chiamarono «picciotti» in sede istituzionale; noi che nel 2010 eravamo con Salvatore Borsellino a pretendere trasparenza e giustizia sul restauro con fondi europei dell’Abbazia florense.

In Calabria la miopia mentale sposa quotidianamente la malafede, così ogni dovere professionale o azione civile deve per forza avere un utile, un vantaggio privato. È inconcepibile che uno s’affanni perché non sopporta di vedere morire o bruciare la propria terra. Si rilegga Mauro Minervino di Statale 18 e La Calabria brucia. È impensabile pensare che la denuncia scaturisca dal bisogno di verità e Stato, visto che qui tutto è il contrario di come dovrebbe e potrebbe essere. Dal lavoro alla sanità, dalla vita alla morte.

Sembra che alla maggioranza dei politici non interessi un tubo del monumento, salvo che pubblicamente non dimostrino il contrario: senza più attendere, tentennare, rinviare. Senza ponderare le parole per non urtare eventuali traffichini di palazzo e potentati della torta pubblica. Sì, perché è dal 2009 che l’Abbazia florense subisce danni continui, al punto da rischiare cedimenti.

Si ricordano i lavori beffa finanziati dall’Unione europea, con un sequestro della Procura e un lunghissimo fermo dovuto a irregolarità di procedura. E oggi, dopo la nostra inchiesta, si aggiungono ombre relative alla casa di riposo all’interno dell’edificio religioso: il parroco, altrimenti condannato per truffa e appropriazione indebita, che per debiti la cedette a privati; i quali – legittimamente, obiettano – la trasformarono in residenza socio-sanitaria ricevendo l’accreditamento regionale grazie a un documento menzognero prodotto dal Comune di San Giovanni in Fiore, proprietario dei locali in questione.

C’è l’occasione per riparare a silenzi e immobilismo, tanto da dolo quanto da colpa. E forse stavolta è l’ultima, ché il Comitato pro Abbazia florense, fatto di cittadini liberi, le ha provate tutte, senza pregiudizi coinvolgendo la politica e stimolando la responsabilità pubblica; l’una rimasta avvelenata, l’atra a lungo dormiente.

L’occasione è il consiglio comunale che si terrà tra il 18 e il 21 settembre prossimi. Lì si voterà la mozione di sfiducia presentata dall’opposizione di centrosinistra nei confronti del presidente del Consiglio comunale, Luigi Astorino. Si dovrebbe anche, e soprattutto, discutere e assumere impegni precisi circa il degrado in cui versa il monumento, «espressione della spiritualità gioachimita».

Nella sue recente interrogazione al ministro dei Beni culturali, l’onorevole Angela Napoli, della commissione parlamentare Antimafia, ha definito l’Abbazia florense «espressione della spiritualità gioachimita», cioè del profeta Gioacchino da Fiore, le cui ossa giacciono oggi in un angolo buio, come il suo messaggio di giustizia.

La deputata è di Taurianova (Reggio Calabria), in zona calda, caldissima, dove il fuoco della ‘ndrangheta arde corpi e speranze, bellezza e futuro. Ma a Taurianova e in tutta la Piana di Gioia Tauro c’è la parola, l’azione coraggiosa contro chi fa le regole a modo suo, sostituisce il codice pubblico con quello privato, violenta le regole e condiziona la comunità.

Come esempio di coraggio penso alla Napoli stessa o a Renato Bellofiore, sindaco di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e capofila, col suo vice Jacopo Rizzo e con Giacomo Saccomanno, avvocato di parte civile nei processi di mafia, del Comitato civico per l’Ospedale unico della Piana. Un’altra brutta storia, quella dell’ospedale unico, e Infiltrato l’ha raccontata, che riunisce un gran pezzo di politica calabrese sotto la stessa specie, quella degli omertosi. Per questa vicenda, è stata Angela Napoli l’unica voce del parlamento a esporsi, a denunciare e chiedere risposte.

La mafia, abbiamo ripetuto allo stremo, non è solo quella che spara, scioglie, ammazza, infossa. La mafia è un fatto della mente: è la rinuncia ad essere uomini, dotati di raziocinio, anima e senso della giustizia. La mafia calabrese non ci sarebbe in alcuna forma, delle armate o dei furbi tessitori, se la politica facesse il suo unico dovere, cioè il bene comune.

Allora, e per l’ultima volta, aspettiamo che la politica di San Giovanni in Fiore, verso cui non vogliamo avere preconcetti e che non intendiamo né possiamo condannare, dica la verità, tutta la verità sull’Abbazia florense.

Onestamente, noi non crediamo che l’attuale sindaco di San Giovanni in Fiore, Antonio Barile (Pdl), sapesse da tempo del predetto documento menzognero. Al nostro Carmine Gazzanni ha dichiarato d’esserne venuto a conoscenza dopo un incontro pubblico (del 23 agosto 2012, ndr) che abbiamo contribuito a organizzare. Nell’occasione abbiamo svelato l’esistenza dell’atto, scovato tra le carte del municipio. Ci fidiamo della risposta del sindaco, che su altre questioni ha già compiuto azioni amministrative doverose e decise. Questo per amore di verità, non entrando nel merito delle scelte d’indirizzo, che nella sede attuale non interessano.

Con ciò non vogliamo scaricare sul predecessore, Antonio Nicoletti (Socialisti di Nencini), che, ci dicono le carte, ha chiesto formalmente spiegazioni al firmatario del parere menzognero, Gaetano Pignanelli, all’epoca dirigente dell’Ufficio legale del Comune. Poi è intervenuta la Finanza (Nicoletti sindaco), seguita dai carabinieri del Nucleo di tutela del Patrimonio culturale (Barile sindaco), che hanno acquisito gli atti del caso, compreso quel parere. Sicché non possiamo né vogliamo accusare Nicoletti: maggioranza e opposizione si confrontino in consiglio comunale su un terreno di dialettica civile. Che la seduta non si trasformi in spettacolo dell’indecenza e che si guardi al futuro dell’Abbazia florense.

Un’ultima cosa possiamo e vogliamo scrivere: il presidente del Consiglio Luigi Astorino non è un dannando e noi lo rispettiamo. Ma i suoi «non so» sul parere di Pignanelli, sull’agibilità della casa di riposo e sui lavori di adeguamento effettuati dalla San Vincenzo De’ Paoli (gestore della residenza socio-sanitaria, ndr), suo datore di lavoro, sono senz’altro imbarazzanti. Anche perché fu lui, durante il consiglio comunale aperto del 13 gennaio scorso, tenuto per un attentato rivolto al sindaco Barile, a chiedere l’applauso «per accogliere il sindaco di Isola Capo Rizzuto (Crotone), la dottoressa Girasole (Carolina, ndr)» (video, dal minuto 1,16 al minuto 1,23), più volte minacciata dalla criminalità organizzata.

Ora, al di là dei contesti – senz’altro diversi San Giovanni in Fiore e Isola Capo Rizzuto –, la memoria istituzionale ha un valore. Allora fu simbolica la presenza al consiglio della Girasole. Come simbolica e di valore fu quella seduta consiliare, in cui politici e cittadini respinsero ogni tentativo di penetrazione della ‘ndrangheta a San Giovanni in Fiore.

Alle parole e ai simboli del coraggio devono seguire i fatti concreti. Sempre, non solo in tema di ‘ndrangheta.

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