ABBAZIA FLORENSE/ La Chiesa sapeva: le reazioni politiche e la controreplica

La Chiesa sapeva da tempo dello scandalo dell’abbazia di San Giovanni in Fiore. Tutti sapevano ma in pochi hanno commentato a caldo la nostra inchiesta esclusiva sui due milioni spariti in silenzio. Nonostante l’attuale abate, don Germano Anastasio, abbia denunciato anche dall’altare ciò che è accaduto con don Franco Spadafora. A questo si aggiunge la nostra controreplica, in attesa di pungolare il Vescovo.

di Viviana Pizzi 

abbazia_florense_inchiestaÈ stato il vicensindaco di San Giovanni in Fiore (Cosenza), Battista Benincasa (Pdl), a rompere il muro del silenzio e a dirci per primo la sua opinione su quanto avvenuto a San Giovanni in Fiore. Chiarendo innanzitutto la posizione del presidente del consiglio comunale Luigi Astorino (Pdl), medico presso la casa di riposo.

Ci tengo a chiarire – ha detto Benincasa – che non c’è nessuna connivenza politica tra il presidente del consiglio comunale e l’incarico che aveva alla casa di riposo. Non aveva nessun legame con chi gestiva la casa dove lavorava come medico. Pensare questo mi sembra ingiustificato e ingeneroso. Per quanto riguarda l’inchiesta c’è la magistratura che farà luce sulla cosa. I soldi sono stati presi e qualcuno dovrà pur pagare”.

Antonio Barile (Pdl), primo cittadino di San Giovanni in Fiore, ha preferito non commentare, passando la palla all’assessore comunale alla cultura, Giovanni Iaquinta. Il quale ha puntato tutto sulle bellezze artistiche dell’Abbazia e sulla sua storia.

Considerato lo sviluppo e il decollo della nostra città – ha dichiarato Iaquinta – non si può questo complesso è la parte più prestigiosa della nostra comunità. Di conseguenza, senza entrare nel merito della vicenda, ritengo che i tempi siano maturi per affrontare l’argomento e per mettere in luce il valore universale dell’Abbazia. Colgo l’occasione per rendere omaggio a don Vincenzo Mascaro, che nel 1989 ha permesso la riapertura del sito. A me le polemiche sterili non interessano, posso solo dire che l’Abbazia è un buon esempio di civiltà per i calabresi nel mondo. Trattare la questione in modo strumentale non serve a nessuno. Parlare di Abbazia equivale al giorno d’oggi a quattro variabili importanti: cultura,  civiltà, storia e futuro”.

Più in generale – ha proseguito Iaquinta – significa un attaccamento a una forma sempre viva e vincente di civiltà, una nuova forma di umanesimo che è ancora importante e fondamentale nel ventunesimo secolo”.

Un parere arriva anche da Franco Laratta, deputato Pd e segretario cittadino del partito di San Giovanni in Fiore.

Non entro nel merito dell’inchiesta”, ha dichiarato il parlamentare democratico, aggiungendo: “L’Abbazia in quel periodo ha conosciuto una delle migliori gestioni in assoluto. In quegli anni il turismo ha avuto davvero un’impennata. Nelle questioni personali di don Franco Spadafora non voglio entrare. C’è stato un processo ed è stato condannato. È al centro di una vendita di beni. Si trova lì e non si sa bene come. Non sappiamo se è stato costretto a subire un ricatto”.

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di Emiliano Morrone

A bon entendeur salut, dicono i francesi. Reputo interessanti i commenti alla nostra Viviana Pizzi di rappresentanti istituzionali di San Giovanni in Fiore (Cosenza), la città di Gioacchino da Fiore e della sua Abbazia florense, monumento del XIII secolo sfruttato, svenduto, spartito e abbandonato.

Ieri abbiamo raccontato, carte alla mano, come da reati commessi da un prete, don Franco Spadafora, si siano create le condizioni per un ignobile mercato intorno all’Abbazia florense, la cui architettura esprime la verità di un’antica tradizione spirituale, utopistica, attualissima nell’odierno capitalismo finanziario.

Il Vangelo parla, sappiamo, della cacciata dei mercanti dal tempio. Ciò è esattamente quanto la Chiesa, che è istituzione, deve fare per tutelare se stessa, la memoria e la santità viva di Gioacchino, anche in senso laico-rivoluzionario.

Gioacchino da Fiore è il precursore del francescanesimo ed è il profeta della «Terza Età», un tempo di emancipazione spirituale.

Ma scendiamo nel concreto. La Chiesa è chiamata ad agire, dopo i gravi e inquietanti episodi accaduti: sparizione e commercio di opere sacre, vendita illegittima di loculi e terreni parrocchiali, abusi su proprietà pubbliche, complicità in violazioni amministrative accertate, oltraggio al testamento di un benefattore (il dottore Alfredo Antonio Oliverio) e mancanza di trasparenza nella gestione di beni della comunità religiosa, con appropriazione di suoi valori da parte di ignoti, ad oggi impuniti.

Questo elenco di scempi e razzie è la causa dell’imperdonabile degrado dell’Abbazia florense, per le ragioni che abbiamo esposto nella nostra inchiesta di ieri. La politica doveva entrare nel merito, doveva dirci se è vero o falso quanto ha scritto Infiltrato; magari accusandoci di mistificazione, di stoltezza, d’invenzione suggestiva, di sciacallaggio, di opportunismo all’ennesima potenza. Doveva assumersi la responsabilità della parola, perché, al di là della storia profonda della Calabria, che sempre abbiamo difeso, siamo in una regione di silenzi, omertà e paura di schierarci.

Noi una posizione l’abbiamo presa, assumendocene ogni onere. Non abbiamo affatto accusato di «connivenza» il presidente del consiglio comunale Luigi Astorino, né crediamo che don Spadafora sia un mostro di cui liberarsi. Al contrario, ma qui mi pare pleonastica un’interpretazione autentica, abbiamo espresso un concetto semplicissimo: i soldi che il prete ha intascato sono spariti. Si parla di due milioni di euro. Sono andati alla casa di riposo, prima che fosse ceduta per debiti, o, come il deputato Laratta ha ipotizzato, sono valsi a fermare qualche ricatto ai danni di don Spadafora?

Per ultimo, basta con le difese d’ufficio, detto con rispetto. E basta con i discorsi generici, astratti. Qui dobbiamo abituarci a ragionare sui problemi e, di là dagli accertamenti della magistratura, che interessano solo il penale, dobbiamo fornire risposte rapide, coraggiose e vere.

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