MODA/ Made in Italy, il Prèt à Porter dal dopoguerra a oggi

Forse l’abito non fa il monaco. La moda italiana, invece, è l’emblema del gusto, della raffinatezza e della ricercatezza che contraddistingue il nostro popolo dagli antichi romani, ai granducati rinascimentali fino a giungere alla nascita del celeberrimo “Made in Italy”.

di FMB

armani_times_1982È a questo punto fondamentale riepilogare almeno in parte le tappe che hanno consacrato definitivamente la Penisola, per molti decenni, come centro propulsore della moda mondiale.

L’Italia deve il suo grande successo ai circoli virtuosi che si sono creati a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e che hanno rafforzato la competitività a livello internazionale dell’intero sistema industriale e distributivo.

Subito dopo il Secondo conflitto, gli americani avevano percepito che la moda europea possedeva un gusto e una bellezza innata. Gli stessi erano però abituati a metodi di produzione caratterizzati dalla standardizzazione seriale, di stampo fordista, che si ripercuoteva in modo speculare anche sull’abbigliamento.  Erano abituati al così detto READY-TO-WEAR.

In Italia l’assetto industriale era organizzato per distretti specializzati. Mancava solo la capacità di progettare un sistema d’offerta innovativo che conciliasse il gusto europeo alla produzione statunitense.

La parziale apertura delle frontiere commerciali diede la possibilità agli industriali italiani di visitare le fabbriche americane e di apprendere i sistemi di produzione.

Solo con il Piano Marshall però gli aiuti cominceranno ad avere una configurazione più programmata tanto che gli USA metteranno a disposizione finanziamenti e macchinari per l’Italia con l’obiettivo di trasformare le modalità di consumo italiane e di fabbricare beni adatti al mercato statunitense.

Si aprirà, quindi, un nuovo canale commerciale con gli Stati Uniti che riguarda però solo il ‘pronto moda’.

Il 1947 è l’anno chiave poiché anche le riviste internazionali come Vogue cominceranno a parlare della moda italiana.Savatore_Ferragamo Nello stesso anno Ferragamo vince il premio per l’Haute Couture per le calzature. Nello stesso periodo l’Italia inizia ad essere meta di buyers americani in cerca di capi da inserire nel loro sistema moda.

Il primo ad avere l’intuizione di investire sull’abbigliamento come settore adatto all’esportazione verso gli USA sarà Giorgini, buyer già affermato, che, puntando sulla propria credibilità professionale nel 1951 organizza la prima manifestazione internazionale di moda italiana a Firenze a Villa Torrigiani. L’anno seguente, vista la notevole affluenza conseguente alla risonanza, l’evento sarà spostato nella Sala Bianca di Palazzo Pitti. Questa diventerà la passerella ufficiale del ‘Made in Italy’.

Fino alla metà degli anni 60 però la moda italiana rimane sull’onda di quella francese. L’Haute Couture continua a produrre pochi capi di altissima qualità e destinati esclusivamente all’élite, ovvero all’aristocrazia e alle dive del cinema che affollavano Cinecittà.

Verso la fine di questo decennio invece nelle grandi città si comincia a respirare aria di cambiamento dettata anche dalle rivoluzioni epocali che stava subendo la società.

Se da una parte rimangono le storiche sartorie che creano abiti di Haute Couture, dall’altra si comincia a testare il modello statunitense.

A Milano in via della Spiga, Piazza San Babila, via Santo Spirito nascono negozi come Cose, Gulp e Fiorucci che propongono capi diversi, che vanno verso il nuovo modo di fare moda, più simile a quello che nasceva per le strade di Londra.

La concezione dell’abito subisce un definitivo cambiamento diventando una forma di travestimento stagionale, l’immagine cambia in tempi rapidissimi.

 

Il decollo dovrà però aspettare la metà degli anni ’70 ovvero alla fine della recessione e il momento di inversione del ciclo economico.

In questo momento infatti le imprese, anche quelle del Gruppo Finanziario Tessile, fino a quel momento specializzate nella produzione di abbigliamento a basso contenuto di design, si rendono conto che si può instaurare un rapporto con i couturier in modo da cogliere più facilmente e rapidamente la domanda.

Per poter fare capi d’avanguardia diventano necessarie delle professionalità nuove, dei creativi  innovativi e consapevoli del fatto che la lavorazione deve adattasi alle nuove idee. Il gusto deve essere  internazionale, lo stesso che caratterizzava le manifestazioni giovanili dell’epoca e, al tempo stesso, c’è il bisogno di imprenditori capaci di produrre mantenendo ritmi rapidi.

Il primo a cogliere l’eccezionalità della situazione è Walter Albini che dà il via alle partnership tra stilisti e aziende.

prada-fw10Uno degli obiettivi principali dello stilista diventa trovare uno stile personale,con cui farsi riconoscere, che lo identificasse. Il popolo giovane non è più disponibile a riconoscersi in un’unica tendenza sinonimo di omologazione.

Tra gli altri, Missoni scelse di concentrarsi sulla maglieria e sui colori, Ken Scott sui grandi stampati, Albini sul revival.

Nel 1975 Milano diventa ufficialmente la capitale del prèt-à-porter e cominciano a comparire i nomi di Versace, Armani, Ferrè che non avevano avuto parte nella fase pioneristica.

La fine del decennio è un periodo straordinario per la moda italiana nonostante le difficoltà politiche che il paese stava attraversando (Brigate Rosse, delitto Moro).

Prende il via anche il Modit, evento che ospitava a Milano ogni anno circa duecento aziende, l’obiettivo di riunire in un unico spazio tutte le iniziative che nel corso del decennio si erano autonomamente svolte in città. Questo evento si trasformerà nella Settimana della Moda.

Viene definitivamente sancita l’identificazione dell’Italia come centro di riferimento per la moda.

 

Inoltre dal ’71 al ’91, grazie agli incentivi finanziari e al minor costo della manodopera, la produzione italiana sarà l’unica a non far ricorso ai così detti “paesi a basso costo di manodopera”. È questa la decisiva  ragione della nascita del Made in ITALY come sinonimo non solo di gusto, ma anche di qualità.

 

La seconda generazione degli stilisti italiani si dedicherà ad un modo di vestire eclettico che combinava diversi capi di diversi stili.

Armani diventa il Re del casual. Reinventa la giacca, un indumento formale classico, in chiave moderna, proponendola con i tessuti morbidi che caratterizzavano gli indumenti femminili e con lievi differenze tra uomo e donna.

Con la stessa matrice, Missoni fa diventare il cardigan una divisa colta per intellettuali.

Nel 1980 inizia la deregualation. Carriera, successo, denaro e potere sono le nuove parole d’ordine. La cura del corpo e l’edonismo in generale diventano un trend. Ricompaiono uomini vestiti in modo impeccabile con completi formali, bretelle, camicie e cappelli.

Le abitudini sociali mutano ancora: è il momento della disco dance e i vestiti diventano di spandex, lurex, lamè d’oro e paillettes.

 Gli anni ’90 si sono identificati invece come gli anni del Total Look. Il brand inizia ad avere un ruolo cruciale nella costruzione della propria identità sociale. E la scelta di una griffes piuttosto che di un’altra diventa sinonimo di adesione a determinati valori. In tutto il mondo le persone si vestono dalla testa ai piedi Fendi, Gucci, Versace, Prada e Dolce e Gabbana, rigorosamente senza mixare.

 Dal 2000 in poi il settore moda in Italia ha avuto delle frenate notevoli. Le aziende che fino a quel momento appartenevano ancora alle famiglie fondatrici hanno subito, una ad una, delle crisi che spesso ne hanno messo in dubbio la sopravvivenza e che le hanno costrette a cedere la maggioranza delle azioni ai grandi poli del lusso. Questo è stato determinato da una parte dall’amministrazione che spesso si è rivelata poco strutturata, dall’altra dalla crescente tendenza all’acquisto di fast fashion, come Zara e H&M.

Ma l’Italia ha mantenuto un’ascendente notevole nel settore grazie a designers che si sono affermati a capo delle direzioni creative delle più importanti maison mondiali.

A partire da Riccardo Tisci per Givenchy, Stefano Pilati per Yves Saint Laurent e Frida Giannini, per continuare con Mariavittoria Sargentini e Fabio Quaranta, questi stilisti hanno saputo come portare avanti una importante eredità declinandola nella contemporaneità.


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