L’uomo che ricava l’oro da quello che si butta

È una storia iniziata tremila anni fa ma oggi mostra come l’economia italiana, nella caduta più lunga, a suo modo risponda ai mercati globali. Andrea Squarcialupi, 48 anni, consigliere delegato e azionista di controllo della Chimet, di recente ha più che raddoppiato il fatturato della sua azienda. Nel frattempo fra le colline di Badia al Pino e tutto intorno in Val di Chiana, in un distretto orafo la cui tradizione risale agli etruschi, molte altre imprese chiudono o si affidano alla cassa integrazione.

 

andrea_squarcialupi_oroLa differenza è che quasi tutti comprano oro grezzo dall’estero, in lingotti, per farne gioielli o monili e venderli almeno in parte in Italia. La Chimet di Squarcialupi invece segue la strategia opposta. Dagli Stati Uniti, dalla Germania o dalla Malesia importa avanzi di vecchi computer, pezzi di marmitte catalitiche usate, crogioli bruciati.

Poi li fonde in forni elettrici ad altissima temperatura. Infine ne estrae i pochi grammi d’oro, argento, platino, rodio o palladio, ne fa barre o lingotti. E li esporta: da qualche anno soprattutto la Svizzera e la Gran Bretagna sono grandi compratori. Anche l’Italia ha più che decuplicato le sue esportazioni di metallo giallo in pochi anni e la Chemit è l’emblema di questo boom silenzioso.

Dall’inizio di questa crisi il fatturato dell’azienda è salito da mezzo miliardo a 1,2 miliardi di euro. Questa è una delle poche imprese del distretto a non aver perso un solo posto di lavoro e lo stesso accade alle sue concorrenti (più piccole) negli altri distretti dell’oro attorno a Alessandria, Vicenza e a Valenza Po. Perché l’Italia, un Paese così lento ad adattarsi alle trasformazioni globali, questa volta ha fatto presto. Dopo il crac di Lehman, all’esplosione della domanda di metallo giallo fra gli investitori, le famiglie e le imprese italiane hanno dato una risposta da manuale di economia: hanno creato l’offerta. Le imprese come la Chimet di Squarcialupi hanno iniziato a importare rifiuti industriali dal resto del mondo. In questi anni di crollo dei consumi e dell’import di qualunque prodotto, l’acquisto di scarti e rifiuti dall’estero è esploso: secondo l’Istat, valeva circa due miliardi di euro nel 2005 ed è salito a 5,3 miliardi nel 2011.

schede-madre_oro_computerMolto si deve a imprenditori come Squarcialupi, che hanno capito come l’aumento dell’oro (da 750 dollari l’oncia nell’ottobre 2008 a 1.800 nell’agosto 2011) rendeva convenienti anche certe procedure per cui serve una pazienza da artigiano etrusco: il cuore metallico di un vecchio computer può contenere fra 0,10 e 0,20 grammi d’oro per chilo; l’interno di una marmitta catalitica, se fuso, può liberare platino, radio, palladio.

Squarcialupi sa bene perché il prezzo sale tanto. Dal 2009 le banche centrali di Cina, India e Russia hanno aumentato le loro riserve d’oro di circa mille tonnellate, e molti fondi d’investimento hanno venduto certificati di lingotti ai loro clienti. Un po’ di quel metallo viene dall’Italia, anche perché l’impennata delle quotazioni internazionali e il crollo dei redditi in Italia ha spinto molte famiglie in difficoltà a vendere braccialetti, collane e posate ai Compro Oro spuntati come funghi in tutte le città.

Il risultato è un nuovo tipo di made in Italy, quello in lingotti. Nel 2007 l’Italia ha esportato oro grezzo per 727 milioni di euro, nel 2012 il fatturato ha sfiorato gli otto miliardi: oltre dieci volte di più. Solo una parte del balzo si spiega con l’aumento del prezzo, il resto è tutto dovuto al ricorso ai Compro Oro per arrivare a fine mese e al riciclaggio di rifiuti importati. Nel frattempo l’import del metallo della Gran Bretagna è salito da 15,9 a 58,5 miliardi di euro, mentre la Svizzera ha addirittura smesso quasi per pudore di pubblicare i suoi dati.

Sono grandezze che cambiano un’economia. Mandando all’estero il loro oro grezzo, gli italiani nel 2012 hanno fatturato molto più che con l’export di tutto il settore agricolo o con quello degli elettrodomestici; con i lingotti hanno incassato non molto meno che con le vendite di auto oltreconfine. «Da noi è un’arte millenaria – dice Squarcialupi -. Alla fine dobbiamo lavorare con quello che c’è».

 

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Federico Fubini su Corriere.it

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