Internet 3.0, ecco cosa ci riserva il futuro

Il web sta subendo profonde trasformazioni negli ultimi anni, e con una tale velocità che spesso le uniche informazioni che riusciamo a cogliere sono frammentarie e di conseguenza ci possono apparire slegate o non coerenti.

 

In realtà quello che sta avvenendo è un processo di profonda concentrazione di una serie di spazi e risorse, che sino a qualche anno fa era impensabile,internet_3.0_cosa_ci_ricerva_il_futuro perché la rete, come noi la conosciamo, è sempre stata presentata “al pubblico” come “tendenzialmente infinita” e come baluardo di libertà perché avrebbe sconfitto i monopoli.

Così ovviamente non è. La rete è fatta di infrastrutture e dorsali, che consentono un traffico tecnicamente limitato. Questo significa che per quanto la rete potrebbe teoricamente crescere, il flusso e la velocità per accedere alle informazioni non lo è.

Al crescere delle informazioni inoltre, cresce anche la capacità dei server, dei processori e dei sistemi e piattaforme integrate che queste informazioni devono gestire, e conseguentemente cresce il consumo energetico necessario al loro funzionamento: in termini di funzionamento, di gestione delle temperature, e di sicurezza; la stima attuale è che “la rete” intesa come sistema, complessivamente consumi tra il 5 e il 7% di tutta l’energia prodotta nel mondo.

Da un punto di vista tecnologico negli ultimi tre anni si è assistito ad una corsa silente agli accaparramenti delle location più idonee ed economiche. L’esempio massimo è offerto dall’Islanda.

Ricca di risorse geotermiche, in piena crisi economica, e posizionata su una delle tre dorsali internet che unisce il continente americano all’Europa, alla fine della guerra fredda ha assistito al progressivo abbandono delle basi ero natiche nato per bombardieri strategici. Quegli hangar oggi sono il più grande parco “cloud” che gestisce i server di aziende come Microsoft, Apple, Google, Oracle, Amazon…

Attualmente la corsa è per aggiudicarsi il primato, o una posizione preminente nel mercato pubblicitario più grande del mondo, proprio perché non ha confini ormai nemmeno linguistici, e non è legato a gruppi editoriali o testate nazionali, ma supera anche le frontiere normative. Le stime parlano di circa 40miliardi di dollari che arriveranno a 90 entro il 2017. A contendersi la torta sino ad oggi sono stati i portali dell’informazione, collegati ai grandi gruppi editoriali. Oggi invece si sta sviluppando un processo di aggregazione destinato a stravolgere questa visione del web.

E’ la pubblicità targettizzata su un pubblico profilato: un modo per aggregare un determinato gruppo sociale e inviare un messaggio mirato, come solo uninternet_3.0_cosa_ci_ricerva_il_futuro_2_ web 3.0 potrà fare. La premessa è l’integrazione tra posta elettronica, motori di ricerca e social network.

Tutti servizi che apparentemente sono gratuiti per i consumatori, ma che invece paghiamo con una merce rara e di altissimo valore aggiunto: i nostri dati personali, ma anche le nostre idee politiche, le nostre amicizie, i nostri gusti personali.

Attraverso la fusione di questi tre strumenti si elabora un database formidabile in cui al nostro nome e cognome vengono abbinati residenza, età, luoghi che frequentiamo, relazioni personali, cosa gradiamo e cosa no, con chi stringiamo amicizia, ma anche cosa cerchiamo in rete, cosa scartiamo, e da ultimo quali sono le parole che usiamo mentre scriviamo una mail.

Attraverso queste informazioni nascono gruppi sociali nuovi, utili per targettizzare un messaggio pubblicitario; ad esempio le donne single, residenti in una data regione, che cercano un certo tipo di vestiti, e che frequentano un certo tipo di locali, semmai anche con una determinata fascia di reddito e di istruzione. E ovviamente di esempi ne possiamo fare migliaia di tutti i generi. E’ questo che viene “venduto” alle multinazionali della comunicazione, la possibilità di contattare quanti più utenti abbiano i requisiti richiesti, e di fare marketing diretto su di loro, in maniera specifica.

Ed è questo mercato, che non potrà essere conquistato da nessun gruppo editoriale, che è terreno di conquista dai nuovi protagonisti della rete.

E questo spiega le spese miliardarie dello shopping in tempo di crisi che ha consentito di creare gruppi come Microsoft-Bing-Hotmail-Skype-Istagram-Facebook o come il gruppo Google-Gmail-YouTube-GPlus o l’ultimo nato Lycos-Yahoo-Ymail-Tumblr (tutti colossi che registrano oltre 1miliardo di utenti ciascuno, seppure ciascuno con simmetrie diverse tra i vari strumenti).

cyber-matrixRestano disponibili sul mercato per accordi “adeguati” Foursquare e Linkedin, anche se la loro caratteristica è di essere troppo specifici o come funzione o come target, e quindi potranno in qualche modo ricavarsi una nicchia autonoma anche nel mercato pubblicitario, come è nelle intenzioni di Twitter, che si aprirà in tal senso entro l’anno.

Almeno sin qui il “mondo occidentale” che conosciamo, ed attraverso la cui lente siamo abituati a vedere e concepire il mondo.

La vera guerra della rete si vedrà quando scenderanno in campo paesi (e quindi economie, mercati, consumatori) che hanno strutture web e social network propri, che già oggi aggregano oltre 3,5miliardi di persone, anche se sconosciute ai più, come QZone per la Cina, VKontakte per la Russia, Cloob per la popolazione di lingua araba, Orkut per il Brasile, oltre a Drauglem e Zing molto radicati in Africa e Asia.

 

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Michele Di Salvo su Unita.it

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