WINEMAKER/ Lo stile di Rolland e la “Parkerizzazione” del vino

di Pio Giannini

Dal bellissimo film di J. Nossiter Mondovino emergerebbe che la globalizzazione abbia tradito il suo buon proposito; quel pacifico scambio tra culture purtroppo non si è realizzato e una versione degradata e distorta di multiculturalismo ha generato solo un polveroso saloon westerniano, dove autoreferenzialità e potere albergano, in luogo del comunitario e rassicurante villaggio globale.

iparkerChi è Michel Rolland? Il più famoso winemaker del mondo. Consulente di un numero imprecisato di aziende italiane, francesi, spagnole, americane e addirittura indiane.  Rolland detta il suo stile senza compromessi, e con un atteggiamento provocante e caustico. Vini opulenti, intensi e affinati in legno. Questo è lo stile di Rolland o per meglio dire il suo prototipo enologico. Se a Rolland vi si affianca un altro personaggio di nome Robert Parker allora il danno per la millenaria tradizione vinicola mondiale è bello che fatto. Rolland produce vini per potenti aziende e li fa sempre più simili tra loro; Robert Parker, il grandioso opinion leader di Baltimora, ama i vini concentrati, potenti, “grossi” (alla stessa guida dell’enologo francese) e  li premia con altisonanti punteggi; i premiati vengono poi recensiti su importanti riviste come Wine Spectator e i “pecoroni” da tutto il mondo li acquistano. Il variegato mondo del vino non può permettersi di essere interpretato attraverso una visione unilaterale similmente totalitarista.

Questo Parker è forse Dio? Dal potere mediatico che ha, sembrerebbe di si. Basta un suo giudizio – da notare che Parker si è fatto assicurare il naso per un milione di dollari –  per decretare la riuscita o il fallimento di un anno di lavoro in vigna. Tanta è stata la sua influenza nel mondo del vino fino a oggi, che tra i commercianti americani circola un detto; se un vino ottiene da Parker meno di 80/100, non sarà possibile venderlo nemmeno a prezzo stracciato, ma se spunta più di 90 centesimi diventerà troppo caro per la maggior parte dei consumatori. Va da se che i produttori pur di spuntare un punto in più si precipitino a fare il vino come piace al guru enoico di Baltimora. L’effetto “Parkerizzazione” è devastante: vini sempre più uguali, apprezzati più per il punteggio ottenuto che per quello che realmente sono. È forse questo l’effetto più devastante della globalizzazione: la standardizzazione culturale.  In tempi remoti, in un mercato meno globale, meno interconnesso Parker sarebbe rimasto ad esercitare la professione di avvocato e al massimo avrebbe annoiato amici e parenti elogiando il carattere fine di alcuni vini francesi. Il villaggio globale, invece, amplifica ed estende  ogni suo cenno o atto verbale determinando, da un’anonima cittadina di Baltimora, tremendi scossoni alla borsa del vino a Londra e condizionando la scelta di milioni di consumatori.

Altro che riscoperta della tradizione: i vini rossi devono essere sempre più intensamente rossi, full-bodied e con quel piacevole finale di vaniglia. Altro che terroir: la dialettica della diversità si infrange nell’asfissiante visione manichea tra i vini “buoni” di Rolland e Parker  e poi tutti gli altri. Allora si, concludendo, se dobbiamo pensare ad un mondo globalizzato, in questi termini, tutti abbiamo un po’ fallito: ed il futuro vedrà, alla stessa guida di una nota bevanda mondiale, vini dello stesso colore e dello stesso colore da zero emozioni.

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