PRODUZIONE E DISTRIBUZIONE ALIMENTARE/ La vergogna del cibo sprecato

di Agnese Gambini

Un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta non viene mangiato. Più di un miliardo di persone nel mondo soffrono la fame. Leggendo questi due dati della FAO (Food and Agriculture Organization) uno di seguito all’altro, si potrebbe pensare che la soluzione a quello che è il problema più grave del nostro secolo sia semplice e immediata: dare quel terzo di cibo a quel miliardo e più di individui. Ovviamente non è così e la causa fondamentale è una sola: l’attuale sistema globale di produzione-distribuzione considera il cibo come una merce qualsiasi e non come fonte di vita.

1,3 miliardi di tonnellate di prodotti commestibili finisce in discarica, molti dei quali ancora chiusi esupermarketconfezionati. In questo non ci sono grandi differenze tra Europa, America, Asia e Africa: tutti buttiamo all’incirca la stessa quantità di cibo. La vera e importante differenza tra i continenti in questo vergognoso spreco non è la quantità ma è il “come”. Negli Stati Uniti e in Europa sono i supermercati e i consumatori finali ad avere le colpe maggiori. Un prodotto appena ammaccato o che non rientra nei canoni estetici occidentali viene buttato direttamente dai negozi prima di essere messo in vendita mentre i cittadini, abituati a riempire frigo e dispensa di qualsiasi prodotto pur di averlo disponibile in casa in ogni momento, si ritrovano a comprare più di quanto riescano a consumare, mandando in scadenza moltissimi alimenti.

In Africa e nel sud-est asiatico invece il cibo sembra sparire nel nulla prima di arrivare ad essere venduto. La colpa è dei magazzini inappropriati, delle scarse tecnologie per la conservazione e delle altissime temperature che fanno si che molti alimenti si deteriorino prima ancora di essere inseriti nel mercato. Una volta arrivato nelle singole case, il cibo diventa invece sacro e viene interamente consumato. Nella nostra Europa i cibi maggiormente sprecati sono: patate con il 52% della produzione totale, frutta e verdura con il 47%, cereali con il 34%, pesce con il 31% e carne con il 22%.

Tutto questo comporta anche problemi ambientali ed economici, oltre che sociali. Ogni famiglia americana butta via cibo per 1.375 dollari all’anno e un quarto dell’acqua consumata globalmente viene usata per far crescere frutta e verdura che nessuno mangerà mai, e per sfamare animali che verranno macellati per finire dritti in discarica. Tutta l’anidride carbonica prodotta per lavorare, confezionare e trasportare prodotti che non mangeremo equivale a quella prodotta da un quarto delle auto in circolazione nel mondo. L’Italia, dopo gli USA, l’Inghilterra e la Francia, è tra le prime nazioni in classifica per lo spreco alimentare ma, fortunatamente, nel nostro paese ci sono anche associazioni e persone che da anni si dedicano a questo preciso problema. Una di queste è “Last minute market”, fondata da Andrea Segrè (preside della facoltà di agraria di Bologna), che si occupa di riutilizzare gli sprechi commestibili del settore alimentare all’interno dei circuiti di solidarietà, ritirando i prodotti non venduti in scadenza giornaliera dai supermercati e donandoli alle onlus o alle associazioni che sfamano i senzatetto e i cittadini indigenti. Il progetto crea così un mercato gratuito parallelo “dell’ultimo minuto”.

 Nonostante sia questa la situazione, molte aziende internazionali e produttori di sementi ogm, continuano a sostenere che bisogna aumentare la produzione di cibo nel mondo spingendo ancora sulle monoculture, sugli allevamenti intensivi e sui prodotti fortemente industrializzati. Questo porterebbe solo ad un’ulteriore maltrattamento del territorio e degli animali e lo spreco, invece che diminuire, aumenterebbe proporzionalmente alla produzione. L’unica vera soluzione sarebbe tornare ad economie alimentari locali che rispettino l’andamento delle stagioni e i cicli riproduttivi degli animali.

L’uomo non ha bisogno di avere a disposizione fragole e peperoni d’inverno come non ha bisogno di poter sempre scegliere tra dieci diversi tipi di carne. Si è vissuto per millenni consumando solo quello che era naturalmente reperibile in quel dato periodo dell’anno e si dovrebbe ritornare a farlo.

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