Cibo “Buono da Mangiare”: meglio Homer Simpson o Marvin Harris?

Homer Simpson vs Marvin Harris:  Abitudini alimentari e cibo

Homer, il padre obeso e goloso della simpatica famiglia, non beve e si tiene assolutamente lontano dalle costolette di maiale…

 

In un libro di recente pubblicazione ci si imbatte in un fatto veramente curioso: nel mondo fantastico e colorato dei cartoni animati la carne di maiale è tabù. Infatti la versione in arabo de I Simpson, irriverente serie televisiva che fa in media 60 milioni di spettatori a settimana, è stata opportunamente adattata e censurata: Homer, il padre obeso e goloso della simpatica famiglia, non beve e si tiene assolutamente lontano dalle costolette di maiale.

Probabilmente gli sceneggiatori avranno ben pensato che la visione della versione occidentale del cartone, con ricorrenti scene in cui si assiste a voraci banchetti quotidiani a base di hamburger e hot dog, avrebbe potuto urtare la moralità di alcuni musulmani osservanti i vari divieti imposti dalla loro religione. Cartoni animati a parte, la domanda che ci poniamo in questo ambito è: perché un popolo adotta delle abitudini alimentari che sono diverse da quelle degli altri?

Sappiamo che da un punto di vista scientifico l’uomo è definito come homo omnivorus perché è in grado di mangiare sia cibi di origine vegetale sia animale. Il nostro corpo possiede la capacità di ingerire molte e differenti sostanze nutritive.

Si può dire che, volendo, potremmo mangiare di tutto, eccetto alcune cose biologicamente inadatte alla nostra specie. Per esempio grandi quantità ci cellulosa non vengono ben “accolte” dal nostro stomaco che difficilmente sarebbe capace di svolgere le sue peculiari funzioni digestive se facessimo incetta di legno, di foglie e fili d’erba.

Al pari degli altri onnivori, però, non mangiamo precisamente di tutto e, in pratica, in rapporto alla totalità delle sostanze potenzialmente commestibili presenti sulla faccia della terra, la dieta della maggior parte dei gruppi umani appare piuttosto ristretta.

Perché, ci si chiede, gli americani vanno in “estasi” al solo pensiero di assaporare un pezzo di carne al barbecue, mentre i musulmani esecrano piatti a base di maiale, come gli indù quelli a base di vitello? E inoltre perché se scampi e insetti hanno un sapore quasi simile e sono entrambi un’ottima fonte di nutrimento, i secondi non godono, per gli occidentali, di alcuna stima culinaria? In sostanza le ragioni che spingono un popolo a determinate abitudini e privazioni alimentari concernano solamente la semplice fisiologia della digestione?

Nell’opera Buono da Mangiare Marvin Harris, antropologo americano di fama internazionale, tenta di dimostrare come alla base delle scelte alimentari della gente vi siano motivazioni di tipo pratico: benefici in termini nutritivi, ambientali e monetari fanno, in maniera fondamentale, pendere per una specifica opzione alimentare. In polemica con l’opinione che vede le abitudini alimentari fondate irrazionalmente o su imperscrutabili credenze religiose, da un punto di vista materialista Harris spiega perché determinate preferenze e altrettanto determinati ostracismi si manifestano in una cultura e non in un’altra.

Un cibo è «buono da pensare» perché è primariamente buono da mangiare:

‹‹Non è mia intenzione negare che il cibo esprima messaggi né che abbia significati simbolici. Ma che cosa avviene prima: i messaggi e i significati oppure le preferenze e le avversioni? […] Il cibo deve nutrire lo stomaco collettivo prima di poter alimentare la mentalità collettiva». E aggiunge:«I cibi preferiti, buoni da mangiare, sono cibi che fanno pendere la bilancia dalla parte dei benefici pratici rispetto a quello dei costi, a differenza di quanto non avvenga nel caso dei cibi aborriti, cattivi da mangiare. Gli stessi onnivori possono avere delle buone ragioni per non mangiare tutto ciò che sarebbero in grado di digerire. Alcuni cibi non valgono lo sforzo necessario per produrli o prepararli; altri possono essere sostituiti con cibi meno costosi e più nutrienti; altri ancora si possono consumare solo a condizione di rinunciare a derrate più vantaggiose››.

Harris in sostanza non dubita della prestazione semantica fortemente simbolica del cibo. Prima di tutto sostiene però che esso ha un preciso valore d’uso: soddisfare il bisogno primario ed impellente di nutrirsi.

Buono da mangiare presenta una suddivisione in 11 capitoli: ognuno di essi riserva l’attenzione a determinate abitudini alimentari delle diverse società del mondo.

Harris con un linguaggio estremamente semplice adduce le ragioni di un uso alimentare anziché di un altro avvalendosi dell’impianto teorico del materialismo culturale.

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