Lavoro: può un hobby diventare una professione?

hobby-modellismo mini

Trasformare le proprie passioni in un lavoro è il sogno di molte persone, che potrebbero in questo modo dedicarsi ogni giorno a coltivare le proprie passioni.

 

Cresciamo sentendoci dire di studiare quello che ci piace, fare quello che ci rende felici, cercando magari di trasformare il nostro hobby in un’attività remunerativa, così di fatto non lavoreremo per tutta la vita. Quest’ultima massima sembra essere stata smentita da Hugh MacLeod, autore del libro “Ignore Everybody: and 39 Other Keys to Creativity”, che dedica alla questione hobby-lavoro un intero capitolo, arrivando alla conclusione che quando il passatempo diventa un lavoro, cambia inevitabilmente l’intera idea di svago.

Gli esempi di questo passaggio di ruolo, da hobby a lavoro, sono numerosi: esiste l’atleta che, conseguendo risultati importanti, inizia a dedicare tutta la giornata agli allenamenti che possono diventare estenuanti. Ed agli allenamenti seguono la pressione e la tensione psicologica tipica delle gare. E proprio come gli atleti, ci sono i giocatori di poker che, abili a vincere grazie a un mix di affinata abilità e un po’ di fortuna, trasformano il momento ludico in attività lavorativa. Molti dei più grandi pokeristi italiani si sono avvicinati a questo tipo di sport per gioco e, scoprendosi bravi, lo hanno trasformato in un lavoro, proprio come ha fatto l’italiana Giada Fang.

La storia di Giada Fang, prima donna europea a conseguire il titolo di Supernova Elite, segue proprio la parabola suddetta: costretta a letto dopo un incidente in moto, Fang inizia a giocare al poker senza soldi per passare il tempo. «Ho visto che ero brava e decisi di approfondire ‒ ha dichiarato la campionessa a Panorama la scorsa estate», e quell’approfondimento è poi diventato un lavoro. L’hobby pokeristico si è trasformato in un lavoro di 5-6 ore al giorno durante le quali Giada  gioca «in media mille mani all’ora su 14-15, a volte 20 tavoli virtuali in contemporanea».

Questi numeri dimostrano quale divario ci sia fra l’hobby e il lavoro. C’è sempre una differenza fra quello che facciamo per scelta nel tempo libero e quello che siamo costretti a fare ogni giorno per 6, 8 o più ore e ci sono elementi che spesso vengono erroneamente ignorati: un mestiere porta con sé delle pressioni, la paura di sbagliare, la voglia di migliorarsi sempre, la competizione con sé e con gli altri, mentre lo svago non fa altro che liberarci la mente e renderci appagati a prescindere dal risultato.

L’hobby non è necessariamente legato al perfezionismo (concetto che invece guida le politiche lavorative) è libero da qualsiasi vincolo e migliora la qualità della vita.

Il rischio di un hobby che diventa mestiere è che, dopo aver trovato una passione che ci aiuti a sopportare il lavoro, ne dobbiamo trovare un’altra che ci distragga dal nostro nuovo lavoro-hobby, viziato da tutte quelle insoddisfazioni dalle quali stavamo fuggendo.

MacLeod ci mette in guardia, tuttavia trasformare il proprio hobby in un lavoro non è controproducente per tutti: tornando all’esempio di Giada Fang, lei è laureata in Medicina e dichiara: «Dovrei fare la specializzazione a 1.700-1.800 euro al mese. Ma per ora preferisco concentrarmi sul gioco…».

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