Lavorare come schiavi: Scelta Civica presenta il ddl che toglie il diritto di fare sindacato

monti-ichino lavorare come schiavi

Dal Governo al Parlamento nei giorni del processo contro Silvio Berlusconi sono stati tutti impegnati a tentar di far passare sotto silenzio le proprie azioni. E’ così che  il Senatore Pietro Ichino di Scelta Civica ha riproposto il 31 luglio (giorno in cui parlavano i difensori di Berlusconi) un disegno di legge che di fatto limita la libertà di fare sindacato. Che però aveva già presentato nel 2009 in una maniera quasi identica. Se il disegno di legge venisse approvato sarebbe la fine per i lavoratori soprattutto nelle piccole aziende.

 

Il suo obiettivo, come si legge nella scheda di presentazione del disegno di legge  è quello  .

Quello che andrà modificato è il libro V del codice civile in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro.

LE LIMITAZIONI – All’originario articolo 2063, che oggi risulta completamente abrogato si andrebbe a sostituire quest’ultimo: Tutti i lavoratori, quale che sia il tipo di contratto in cui è dedotta la loro prestazione, sono liberi di costituire associazioni professionali e di aderirvi, nonché di svolgere attività sindacale nei luoghi di lavoro, nei limiti in cui ciò non pregiudichi il corretto adempimento dei loro obblighi contrattuali.

Non risultano chiari quali sono questi limiti entro i quali è possibile fare sindacato. Di certo pregiudicheranno però la possibilità per ciascun lavoratore di vedere riconosciuti i propri diritti. Soprattutto se (come è avvenuto nel caso della Fiat) c’è un’organizzazione sindacale come la Fiom che non firma l’accordo di programma. Limiti che potrebbero essere stabiliti di volta in volta proprio dall’azienda che assume il lavoratore. Togliendo di fatto la possibilità di essere rappresentati sindacalmente dalla sigla che si sceglie.

Non è tutto. Perché all’articolo 2064 si stabilisce anche il numero minimo di lavoratori che devono aderire a una sigla sindacale per poter esercitare i propri diritti. Il comma 1 dell’articolo infatti recita esplicitamente: Organismi di rappresentanza possono essere costituiti da una o più associazioni sindacali nelle unità produttive alle quali facciano capo più di 15 lavoratori dipendenti e in seno alle quali ciascuna delle associazioni stesse annoveri almeno un lavoratore dipendente iscritto.

Si può appartenere a un sindacato specifico a patto però che se si è in meno di 15 iscritti ci si federi con altre sigle dicendo a quale si appartiene. Cosa accade però se una determinata componente rimane isolata dalle altre? Che si rimane fuori da qualsiasi contrattazione con l’azienda. Soprattutto in piccole fabbriche magari con circa una ventina di dipendenti. Che al pari delle grandi per parlare con il datore di lavoro devono essere in gruppo di 15.

Infatti la norma non parla di numero di dipendenti come lo fa alla lettera d del comma 6 dello stesso articolo  ove si specifica che in aziende con più di 200 dipendenti si può ottenere una sala apposita per fare riunioni sindacali.

Nelle piccole fabbriche come nei piccoli ambienti di lavoro fare sindacato è impossibile. Cosa avviene nelle aziende con meno di 15 dipendenti? Che nessuno può ribellarsi, nessuno può stabilire le regole e che, in poche e semplici parole, il diritto di fare sindacato non esiste.

Il tutto proposto in pieno processo Berlusconi, quando anche gli operai sono impegnati nel populistico: Cavaliere innocente o colpevole. E intanto i loro diritti vanno a farsi benedire. 

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