“Wake” (2003), l’album del risveglio per i Dead Can Dance

Dead Can Dance: Wake (2003), recensione di un album ricco di citazioni d’eccellenza per Lisa Gerrard e Brendan Perry.

di AA

Dead Can Dance:

Non amo i “best of” né le antologie miscellanee. Quest’ insigne eccezione conferma la regola. I Dead Can Dance non hanno bisogno di presentazioni, né basterebbe un libro intero per delinearne il profilo artistico o riassumerne l’importanza. La loro carriera e la galleria di produzioni che la caratterizzano sono tutt’oggi l’esempio più compiuto di contaminazione e sperimentalismo musicale, nel nobile (e riuscito) tentativo di rendere la prospettiva contemporanea (direi “pop”ular) più vicina a quella colta (o classica, o orchestrale che dir si voglia) e a quella etnica (o folk) e a quella di mondi altri (come l’oriente). Il tutto condito da un citazionismo d’eccellenza, con riferimenti alla letteratura classica e contemporanea, alla poesia e, su tutto, all’antropologia.

Ma passiamo all’opera (doppio cd, 26 tracce) in esame, e, soprattutto, alla musica..Il primo elemento che è opportuno notare, e che forse si caratterizza come l’unica anomalia, è la mancanza di brani tratti dal primo omonimo album, quasi a disconoscerne l’importanza e l’influenza, e ciò nonostante si tratti del capolavoro della “seconda” dark-wave, più raffinata ragionata e moderata degli eccessi post-punkiani della fine dei Seventies o dei primi Eighties. Al di là di preferenze legate al gusto personale, questa mancanza pesa, così come pesa la pochezza dei riferimenti a Spleen & Ideal. Al di là di questi appunti critici, tuttavia, da un punto di vista della rappresentatività la scelta dei brani è altrimenti ineccepibile.

Questi i titoli scelti di comune accordo tra Lisa Gerrard e Brendan Perry, compositori, interpreti, nonché unici membri della band, oggi purtroppo non più attiva:

Disc 1

Frontier

Anywhere Out Of The World

Enigma Of The Absolute

Carnival Of Light

In Power We Entrust The Love Advocated

Summoning Of The Muse

Windfall

In The Kingdom Of The Blind The One-Eyed Are Kings

The Host Of Seraphim

Bird

Cantara

Severance

Saltarello

Black Sun

Disc 2

Yulunga

The Carnival Is Over

The Lotus eaters

Rakim

The Uniquitous Mr. Lovegrove

Sanvean

Song Of The Nile

The Spider’s Stratagem

I Can See Now

American Dreaming

Nierika

How Fortunate The Man With None

Risulta palese l’elemento propedeutico, poiché tutti gli album (tranne il primo) sono rappresentati da almeno due brani, anche se masterpieces come Into The Labyrinth e The Serpent’s Egg ne contano più degli altri. Durante l’ascolto si resta dunque sorpresi dal sovrapporsi e dal cangiare dei toni, degli stili, delle scelte musicali in genere, a volte oscure (“In Power We Entrust…“) , altre più ariose e sacrali (“The Host Of Seraphim“, “Yulunga“), altre ancora allegre o addirittura ballabili (“Saltarello“, “The Ubiquitous Mr. Lovegrove“), vagamente facete (“Severance“, brano divenuto in realtà celebre grazie ai Bauhaus), oppure solenni (“How Fortunate The Man With None“, da un’immortale poesia di B. Brecth). Il tutto, inutile dirlo, contraddistinto dalla proverbiale perizia tecnica, dal noto gusto per strumenti esotici e dall’altrettanto celebre ricerca compositiva, che permette ai Dead Can Dance di spostarsi dai lidi della musica antica e medievale alle danze popolari, ad episodi di vero e proprio cantautorato (“American Dreaming“).

Non si facciano tuttavia facili paragoni con la l’eclettismo a volte sterile della World Music, né con l’eterogeneità fine a se stessa di alcune proposte neoclassiche ed orchestrali (roba come gli Era, per intenderci), quello dei nostri artisti australiani è il connubio pressoché perfetto tra ricerca ed arte, con un occhio di riguardo alla musica “altra”, e dunque (ma non solo, naturalmente) araba, indiana, ed orientale in genere.

Del resto, ascoltando un’opera per certi versi maestosa (due ore di musica) come questa, oltre al piacere immediato dell’ascolto, si gode anche nel ricercare similarità paralleli e influenze scovabili forse arbitrariamente, ma non per questo meno saporite: echi di Stravinsky e Tangerine Dream, Cocteau Twins, tribalismi Bantu e De André… Un vero calderone, da cui ognuno, a suo piacimento, cava fuori quel che, più o meno legittimamente, vi trova.

Più che una semplice raccolta, un cesto di prime scelte che celebra un gruppo di seminale importanza. Consigliato particolarmente a chi i Dead Can Dance non li conosce, ma pensa che la musica non sia soltanto il pedissequo seguirsi di indistinguibili schitarrate o l’ipnotico martellare di un sintetizzatore; anche se, dopotutto, anche i morti possono ballare…

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