UNITÀ D’ITALIA e MUSICA/ Piero Ciampi, un “Amico” come baluardo della coerenza

La sue vicende personali sono oscure, intrise di alcol e vagabondaggi, di bettole ed angoli bui, di porti e lavori occasionali, di amori folli e passeggiate solitarie, di irriverenza nei confronti del vivere borghese e di ogni sorta di compromesso discografico. Un uomo diseredato, ma estremamente coerente, che ci ha offerto, senza esitare, una musica che si erige a baluardo della più pura sincerità stilistica.

di Adele Guglielmi

200px-Piero-ciampi-piccolaOgni parola scritta in questa sede vuole avere, quale fine ultimo, un omaggio alla canzone italiana, in occasione del tanto acclamato anniversario di 150 anni di unità del nostro controverso ma caro Paese. Decido  quindi di preservare tanto me stessa quanto il lettore dalla via senza fine di critiche e dissensi che, in altra circostanza, inevitabilmente si staglierebbe dinanzi a quella musica da cui oggi siamo puntualmente assediati.

Detto questo, chiunque riconoscerebbe nella storia musicale della nostra beneamata nazione la presenza di un formicaio di artisti ed opere che hanno trovato eco ed emulazione in tutto il mondo. Ma il compito di cui voglio farmi carico è quello di parlarvi di qualcuno che, nonostante abbia cantato urlando, è riuscito a farsi sentire da pochi. Piero l’italianò.

Con questo nomignolo Piero Ciampi era conosciuto a Parigi, una delle tante mete in cui trovò approdo il suo spirito errabondo, e con esso intitolava il primo disco da lui inciso ed edito nel 1963 (Piero Litaliano -senza apostrofo né accento).

“Piero Ciampi”(Amico, 33, 1971).

Il nostro viaggio musicale inizia con “Sporca estate”, una ballata dal sapore teneramente malinconico, in cui il canto amaro ci aiuta a descrivere quello strano dolore che spesso si prova inspiegabilmente,la nostalgia nei confronti di qualcosa che non si è avuto mai (“figli,come mi mancate!….vi porterei a cena sulle stelle…ma non ci siete!”).

E qual è quella donna che non resterebbe disarmata dinanzi ad un uomo che le confessi il suo amore chiedendole di perdonare la sua unica colpa, quella di non possedere nulla al mondo,se non l’esclusività del sentimento che nutre per lei?…..”L’amore è tutto qui”.

Nella sua visione umile e schietta della vita, anche una creatura semplice come “Il merlo” diventa preziosa e finisce col rivestire un ruolo essenziale, quello di assurgersi a musa ispiratrice per una nuova canzone da portare all’editore, perché le sue tasche sono ancora una volta vuote. Ne vien fuori una canzone goliardica,risultato di una simpatica collaborazione immaginaria con il nero pennuto, così che Piero non può astenersi dall’esprimere la sua contentezza per aver scelto di non cibarsene.

L’adorazione nei confronti della sua donna si esprime nel saperne apprezzare anche i difetti, quelle stranezze che la rendono unica. Tra queste c’è un naso rotto da un pugno che lui le diede, un gesto che non potrà mai perdonarsi,ma che si è paradossalmente tradotto in una peculiarità sul suo viso, rimodellato da una mano che, sebbene violenta e impulsiva,è pur sempre la sua e non quella di dio….”ma che buffa che sei!”

“Barbara non c’è”, e nella solitudine dell’amante abbandonato,nel suo senso di smarrimento/pentimento,si stagliano i ricordi felici della loro vita insieme. Gli oggetti dimenticati nella casa che ha lasciato non possono far altro che amplificare il dolore di chi è rimasto, a prescindere da chi fra i due abbia sbagliato (“tutte le sue scarpe sono qui….il mio amore è scalzo”).

“Sobborghi” è l’analisi di un amore rassegnato,spentosi inesorabilmente. Ne restano solo i consueti passatempi, i disperati tentativi nel rianimare un sentimento agli sgoccioli. E si finisce come sempre a consolarsi con l’ultima cosa che resta, il sesso. Ma i corpi che si uniscono nell’amplesso inaridito sono quelli di due persone che si stanno allontanando per sempre.

L’amore è il tema centrale nella lirica di Piero, è il suo rifugio, la sua via di fuga dalla solitudine,un appiglio disperato nel tentativo di restare a galla. Ma i suoi sono amori difficili, sovente lo lasciano attonito dinanzi a chi,pur consapevole di andare contro il proprio destino, decide incomprensibilmente di allontanarsi (“ma non capisco la tua scelta, perché sei un disastro come me e sai che solo io posso capirti”)…..”Cosa resta”.

In quanto fedele e assiduo frequentatore degli ambienti miseri e degradati,Piero non poteva non condurci all’ippodromo, dove dipinge il quadro, estremamente realista, di un “Giocatore” rovinato da un vizio che lo induce a puntare cifre esorbitanti su un cavallo che non vince.

Poi ancora ci porta ad assaporare l’atmosfera della sua città,”Livorno”.E’ lì che passeggia in una sera, triste e lunga sera, nella vana speranza di incontrare qualcuna che possa rassomigliare alla sua donna (“ho trovato una nave che salpava ed ho chiesto dove andava,”nel porto delle illusioni”mi disse quel capitano”).

Il Natale, 25 dicembre. Ma un uomo confuso dai dolori della vita non sa più contare, così per lui diventa, con una nota di sottile ironia, “il Natale è il 24”. Il suo programma di festeggiamenti è singolare: una stazione vuota, senza amici e senza amore, quasi un gesto di solidarietà nei confronti di chi soffre ed è solo,come lui.

La melodia trascinante di “40′ soldati 40 sorelle” dipinge l’atmosfera sognante di una radura tranquilla, in cui si contrappongono i colori candidi di donne che fanno merenda con delle ciliegie e quelli metallici di soldati che puliscono le loro armi, tutti messi in fuga dal fucile di un cacciatore.

“Quando ti ho vista”

“Il vino”, bello, rosso, un compagno che non ti lascia mai solo, che non può fuggire come farebbe una donna, come fa la vita, breve, che scivola tra le dita.

L’epilogo (“Tu no”) è una delle più belle canzoni d’amore che siano mai state scritte e mi sembra doveroso lasciare a ciascuno il piacere di scoprirla, senza inutili e riduttivi preamboli.


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