RECENSIONE/ “Salamastra”, il primo album dei Lapingra

Castelli di tristezza. Giardini segreti. Dragoni, labirinti e specchi. Accorrete tutti, signore e signori, si aprano le danze, è uscito Salamastra, primo album – dopo due lp – dei Lapingra. Si chiama Salamastra ma si sarebbe potuto chiamare – se la fantasia dei Lapingra fosse stata meno vulcanica – Salamandra.

di Andrea Gentile

salamastraSalamandra è un anfibio notturno, e questo disco è notturno. Si ascolta mentre abbracci il cuscino e la luce di una candela nella tua stanza si sbaciucchia con la luce della luna.

Salamandra è un animale mitologico, capace di attraversare le fiamme rimanendo illeso. Un animale mitologico resistente. E resistente è questo disco; resistente alle mode, alle furie del tempo che nel mondo discografico consentono ai primi Jalisse e ai primi Dari di turno di far furore per non più di dieci minuti.

Salamastra è il primo disco dei LapingraPaolo Testa e Angela Tomassone, isernini, ventisei anni, ben integrati nel circuito underground romano – un disco fatto di malinconia travolgente, allegria meditata; odore di primavera improvviso in una metropolitana, dopo sei mesi di inverno; e allo stesso tempo odore di asfalto bagnato, a fine agosto, e l’estate che se ne va, con l’ultimo bacio d’amore.

Dodici pezzi, molto variegati, che fanno danzare, sorridere, cantare, piangere.

Dall’eclettica Run Atreyu run – che per quantità di suoni e fantasia nel metterli insieme ricorda un dipinto del Mirò più spiazzante – alla scanzonata Whop!, inno ironico all’inglesità; dalla ballabilissima ed estiva Solo un disegno circolare – unico pezzo italiano del disco – alla travolgente Put them in a box – vetta assoluta dell’album – fino alla sorprendente Der Blaue Angle dal ritmo incalzante e accenni lirici, chiusa addirittura con un’ironica autocensura: una voce rimproverante che ordina: «Basta con questa fantasia!».

Fantasia però, quella dei Lapingra, inarrestabile – e ben superiore, per dirne due, alle pur piacevoli nenie di Dente, o alle musichine del Genio – ma allo stesso tempo progettata, come quella del Calvino delle Città invisibili; e se dovesse assomigliare a un libro questo disco somiglierebbe proprio a questo, ove sorgono città e architetture – che nel caso dei Lapingra diventino architetture musicali poco conta – assolutamente inimmaginabili.

Giocattoli e giocattolini. Xilofoni. Pianoforti di gran tradizione e pianoforti salvati dalla discarica. Batterie elettroniche e bassi sussurranti. Violini, viole, violoncelli e ancora clarinetti, trombe, bassotube, sax, la maestria di Paolo Testa, e la voce di Angela Tomassone – sarebbe bello sentirla cantare più in italiano – fanno di questo Salamastra un universo nuovo e sconfinato, un villaggio di atmosfere da raggiungere e da cogliere a tutti i costi, come l’ultimo grappolo d’uva sull’ultima vigna di un’isola deserta.


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“This is not a test”

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