OPETH/ L’ultimo grido del progressive rock

di Andrea Antonilli 

Il 20 settembre è uscito “Heritage”, ultimo lavoro della band svedese che il prossimo 24 novembre sbarcherà nell’unica data italiana all’Alcatraz di Milano. Accolto con pareri discordanti per via del suo sound articolato e complesso, il nuovo album si colloca come ultimo baluardo di un certo modo di fare musica, visti i tempi sicuramente anacronistico, ma pieno di spunti importanti per ragionare sul “rock duro” e sottolineare l’importanza di un genere visionario e immaginifico come il progressive.

Gli Opeth sono ormai diventati una band culto. Usciti alla ribalta giovanissimi nei primi anni novanta, hanno attraversatoopeth-heritage-2011-header vent’anni di carriera con continue rivoluzioni stilistiche e cambi di line up pur mantenendo una costante fondamentale: un suono riconoscibile e coerente. Nati nel pieno dell’epopea del death metal svedese (sottogenere estremo che negli anni novanta spopolò in Europa e non solo), questi “ragazzacci” di Stoccolma hanno sempre raccolto simpatie trasversali per via dei loro richiami a più stili musicali e a un lirismo ben lontano dalle atmosfere post-industrial dei loro colleghi americani. I lettori meno affini con il genere genericamente detto “death metal” non si spaventino troppo, quello svedese ha avuto quasi sempre una connotazione relativamente melodica  attingendo spesso dalla tradizione folk scandinava. Ma, tuttavia, stiamo parlando di rock duro, molto duro.

Occorre però sdoganare gli Opeth dall’ idea convenzionale di band metal.Ok, i giubbini di pelle ci sono, le folte chiome pure, i loro esordi sono stati tutt’altro che teneri, ma basta leggere qualche intervista al leader Mikael Åkerfeld per capire che siamo di fronte a una band rock vecchio stampo, che segue un’idea precisa,  senza esserne schiava, che ama i dischi in vinile e un certo approccio seventies. Una band, insomma, intrisa di un certo romanticismo che la rende unica nel panorama metal odierno.

“…devo dire che amo molto l’heavy metal e ne sono parecchio influenzato, ma non vorrei che questa definizione ingabbiasse la nostra identità, che invece voglio mantenere libera di sperimentare anche in direzioni al di fuori di questo genere musicale.” M.A

opethCon il loro ultimo album “Heritage” gli Opeth  abbandonano il metal a favore di distorsioni più contenute, incrementando significativamente gli innesti strumentali nelle composizioni. Non che prima non l’avessero fatto. Se infatti mettiamo da parte i due capolavori “Still life”(1999) e “Blackwater Park”(2001) – albums fortemente heavy ma dove sono presenti anche convincenti ballate acustiche – quasi tutti i lavori successivi hanno avuto una forte connotazione strumentale e sonorità vintage, in particolare “Damnation”(2003) che rimane tra i lavori più significativi e poetici della band. Con “Heritage” siamo di fronte ad un classico album progressive, ricco di variazioni ritmiche, influenze che vanno dal blues alle dissonanze jazz-rock, mantenendo le atmosfere gotiche classiche della band. Insomma un viaggio concettuale che fa della strumentalità la sua peculiarità principale. Molti lo hanno definito un esercizio di composizione  un po’ stucchevole , ma mi permetto di spezzare una lancia a favore di Åkerfeld e soci  perché il progressive ha da sempre suscitato pareri discordanti per via della sua “…ridondanza e prolissità…”. In alcuni casi è stato così, ma spesso solo per l’impegno e una certa attitudine che questo genere richiede nell’ascolto.

È impossibile infatti negare che tra i momenti più esaltanti della storia del rock ci siano tanti lavori intrisi di rock progressivo. Dall’epopea  anni settanta con album come ”In the court of the crimson king” dei King Crimson , “Thick as a Brick” e “Aqualung” dei Jethro Tull , “Nursery Cryme”,”Foxtrot”  e tutto il periodo con Peter Gabriel dei Genesis, senza trascurare i lavori dei gruppi di Canterbury o degli Yes, dei Rush e in Italia di PFM, Banco del mutuo soccorso, gli Osanna, Il Balletto di bronzo, fino ad arrivare in tempi più recenti al  metal sound degli americani Shadow Gallery e soprattutto dei Dream Theater.

Senza dimenticare le influenze prog nei lavori dei Tool e Porcupine Tree. La lista è foltissima, sconfinata, a testimonianza dell’importanza che avuto negli ultimi quarant’anni il progressive rock, con la sua psichedelia, le sue suite, i concept album, i tempi dispari, le citazioni dalla musica classica e i temi “rubati” al jazz. Come già detto, la critica principale a questo genere o meglio a questa concezione di scrivere musica, è stata di essere un polpettone di idee, di “cose” messe lì senza una vera linea coerente.  Un po’ come è stato definito in alcune recensioni l’ultimo lavoro degli Opeth. Ma soprattutto l’innovazione che a molti non è mai andata giù e che invece è stato il vero elemento innovativo: con il prog si è abbandonata la forma “canzone” (strofa-bridge-ritornello) a favore di un viaggio più o meno libero, di una visione, che guida l’ascoltatore in mondi lontani e onirici, audace come le tante avanguardie artistiche del secolo scorso. Non a caso il progressive tutt’oggi ha una foltissima schiera di seguaci che continuano a ricercare nel rock qualcosa di astratto, di complesso,  difficile da trovare nelle nuove leve. 

Se il rock classico è stato l’espressione della cultura pop dalla seconda metà del novecento, con il progressive il rock diventa genere di nicchia, richiedendo attenzione e ricerca, fiducia narrativa e rigetto del convenzionale. Insomma, nella stagione dell’industrializzazione dell’arte, dei talent show e della creatività spesso sintetica opere come “Heritage” non possono non affascinare e far tirare un profondo respiro di sollievo a tutti coloro che amano un certo modo di fare musica.

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