Nevermind… riesumiamo il grunge!

di Andrea Antonilli

 A vent’anni dall’uscita di quello che è definito il manifesto del” movimento che ha cambiato il rock” ripercorriamo le sue tappe, i suoi concetti, i suoi protagonisti, cercando di capire che cosa è rimasto di quella stagione, di quelle distorsioni, delle camicie a quadri, di quella Seattle , di quell’abbandono. Qual è l’eredità lasciata da Kurt Cobain e soci nel panorama rock e soprattutto se è possibile oggi un’ennesima “rivoluzione” nell’epoca del “tutto e niente”, dell’indefinito “indie” e dell’indefinibile mercato discografico.

“È’ triste pensare allo stato in cui si troverà il rock tra vent’anni: è già talmente risaputo e scopiazzato che mi sembra già in fin di vita adesso; figuriamoci tra vent’anni…” .

Così Kurt Donald Cobain leader dei Nirvana definiva il rock dei suoi tempi e profetizzava in manieragrungetutt’altroche erronea sul suo futuro. Per  chi ha avuto modo di approfondire la sua personalità non stupiscono le sue parole intrise di disillusione e poco senso del  futuro, ma sarebbe tuttavia un errore dire che il grunge è Kurt Cobain. Sicuramente ne è stato l’alfiere, il punto di riferimento estetico e morale, ma l’origine del grunge e della rivoluzione che ha portato all’inizio degli anni novanta va ben oltre il carisma del suo mentore.

Con il termine grunge (slang dell’aggettivo grungy : sporco, sudicio) si intende perlopiù  un movimento di band provenienti da Seattle che di un vero genere musicale. In netta controtendenza con i gruppi hair metal che dettavano legge (Guns n’roses , Motley Crue, Bon Jovi, Poison, Cinderella, Ratt, ecc.), una giovane generazione di musicisti influenzati dal punk e dall’hard rock verso la fine degli anni ottanta iniziò a diffondere un nuovo verbo sonoro ed estetico: basta con la cura maniacale dei suoni e dell’esecuzione, ritorno alle sonorità crude degli anni sessanta/settanta, abbigliamento minimal e trasandato con camicie di flanella o lunghe maglie di lana monocolore tutt’altro che affini con il look post-glam dei rocker anni ottanta. Ma soprattutto un comun denominatore: Seattle . La città dello stato di Washington ha spesso lanciato impulsi importanti dando per esempio i natali a Jimi Hendrix o vedendo nascere una decina di anni fa dalle sue strade il movimento no global. Seattle con il grunge divenne il simbolo di un’intera scena, e mai prima di allora un’enclave urbano era riuscita a definire una moda, uno stile e un suono. Forse ci riuscì Canterbury in Inghilterra per il folk prog oppure anni dopo Bristol sempre oltremanica col suo trip hop, ma è ben poca cosa rispetto ai numeri del grunge.

I dinamici e intellettuali Pearl Jam del californiano Eddie Vedder, i cupi ma incostanti Alice in Chains, i rocciosi Soundgarden di Chris Cornell, e naturalmente i Nirvana, tutti protagonisti del Seattle sound che dopo l’uscita di album come “Ten”,”Superunknow”,”Dirt” e soprattutto “Nevermind” ridisegnarono il concetto di musica alternativa e da semplici band underground diedero un vero e proprio cambio di rotta alla musica rock. Dal punk mescolato all’hard rock dei Nirvana e Pearl Jam (tra le due band non correva buon sangue), alle citazioni sabbathiane dei Soundgarden fino ad arrivare alla decadenza dark degli Alice in Chains, i confini stilistici non si erano mai tanto assottigliati e infine amalgamati a tal punto che i critici definirono il grunge un “non genere”.

Ma è Nevermind l’emblema di tutto questo: è il simbolo della rottura con i luoghi comuni del mercato discografico, il manifesto di una generazione satura delle illusioni del decennio precedente,  che non crede al futuro impostogli dal sistema. Un album che con il suo punk fresco ed eterogeneo  ha trafitto un’intera epoca musicale e che dal 1991 ad oggi ha venduto oltre 26 milioni di copie. Brani come “Smells like teen spirit”, “Come as you are” ,“In bloom” e “Polly “ sono entrati nel mainstream del rock. Eppure Cobain non cercava tutto questo, non voleva essere un punto di  riferimento né tantomeno una rockstar. Voleva lanciare il suo concetto di underground, il suo grido di disperazione e annichilimento lontano da quella mediocrità che vedeva attorno a lui,  senza diventare il pupillo di MTV e tantomeno un’icona mondiale. Ma il successo lo braccò, i media specularono sulla sua dipendenza dall’eroina e sulla figlia avuta con Courtney Love delle Hole, approfittando della sua inerme voglia di essere diverso. E più si ribellava più veniva idolatrato e sovraesposto  in un vortice che si concluse l’8 aprile 1994 quando il suo corpo venne ritrovato privo di vita nella sua casa di Seattle, a distanza di tre giorni dalla sua morte, causata da un colpo di fucile autoinflitto alla testa.

Molti attribuiscono la fine del grunge alla morte del suo più famoso esponente , probabilmente fu così, perché il grunge seppur è stato un movimento legato ad una città, alle pulsioni di un’ambiente, alle necessità di una generazione, è fortemente legato al “biondino di Arbedeen ” per la sua voglia di non uniformarsi, di non accettare il destino impostogli dalla storia ed evitare una resa generazionale ,ma soprattutto uscire dall’omologazione che vedeva intorno a sé. Ma ironia della sorte, come tutti i fenomeni dirompenti e fortemente comunicativi, l’estetica grunge si diffuse a macchia d’olio, ancor prima che nel pubblico adolescente, nel mercato discografico, producendo cloni o peggio surrogati tutt’altro che spontanei che ne hanno rubato la forma senza affrontarne la sostanza, quasi per “scroccare” l’onda del successo del grunge con gruppi come Silverchair, Bush, Stone Temple Pilots, e la lista potrebbe impietosamente arrivare ai giorni nostri. La speculazione non si fermò  certo a questo: il concetto di musica alternativa, ovvero bacino di idee svincolate da qualsiasi clichè e senza velleità di successo globale, è stato sfruttato per omologare tutto quello che non è pop per entrare a tutti i costi nel mercato delle Major diventando speculare al pop stesso.

Negli ultimi anni con il crollo del mercato discografico è venuta alla luce una nuova corrente di musica indipendente, di gruppi con sound minimal  prodotti da piccole etichette o addirittura homemade….è tornato il grunge? Nient’affatto, il grunge è morto giovane come il suo protagonista lasciando come testamento forse l’album più bello ed intenso di quegli anni, “In utero”(Geffen, 1994), e difficilmente oggi si sente nel rock alternativo una direzione, un concetto coeso come nell’ultimo lavoro dei Nirvana. La vera grande occasione in quest’epoca di post globalizzazione, è fermarsi dall’attingere da tutto, smettere di fare gli onnivori scongiurando di diventare cannibali. Sedersi in riva al mare e ascoltare il proprio grido, la propria ribellione, il proprio rock ,come fecero quei ragazzi di Seattle una ventina di anni fa.

“Nessuno, specie tra i nostri coetanei, vuole affrontare grandi temi. Anzi, si preferisce dire: ‘Non importa, lascia stare’ Non siamo un gruppo politico ma gente che fa musica. Tuttavia, non siamo neppure l’ennesimo complesso di teste vuote che chiede al pubblico di dimenticare. Non c’è più ribellione nel rock: ecco perché spero che l’underground possa influenzare le correnti dominanti e dare una scrollata ai ragazzi. Chissà, magari potremo cambiare la vita di qualcuno, impedendogli di diventare un viscido avvocato o un saldatore. Forse c’è bisogno di un nuovo gap generazionale.” K.C.


 

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