MUSICA/ Raiz, gli Almamegretta e Ya!

di Vittorio Di Lallo

Sono passati venti anni da quando sulla scena nazionale e internazionale, si affacciava il gruppo più importante e influente della scena dub italiana. Un gruppo di musicisti napoletani, che andava a fare i concerti nella ritmo cabrio, professandosi figli di Annibale. Gli anni ’90, gli anni dell’affermazione e delle grandi collaborazioni. Massive Attack e il remix di Karmacoma (Napoli trip) e Pino Daniele con “Canto do Mar”.

La copertina di Ya!Premi, riconoscimenti all’estero, colonne sonore. Poi la tragedia che mette in discussione il gruppo e l’anima stessa degli Anima Migrante: la morte in un incidente di D. RaD il creatore del sound degli alma. Il gruppo va avanti ma qualcosa è cambiato. Nel 2003, Raiz decide di intraprendere la carriera solista, rimanendo in buoni rapporti con il resto della band che da quel momento diventa un “collettivo aperto”. A vent’anni dalla nascita il gruppo si è riunito per una serie di concerti in giro per l’Italia, e i tutti i “figli di Annibale hanno potuto assistere ad un grande concerto. Ma ora è il tempo del Raiz.

Autore capace di interpretare con grande personalità la canzone mediterranea moderna. A maggio 2011, torna dopo quattro anni con un mix irresistibile di dub e folk intriso di elettronica e melodie arabeggianti, che fece già la fortuna degli Almamegretta. Gennaro Della Volpe, meglio conosciuto come Raiz, si conferma come una delle migliori voci maschili della penisola. Dopo lo splendido “Uno” torna con Ya! Non siamo ai livelli del mitico Sanacore, ma si tratta comunque di un lavoro ben confezionato, situato in quella terra di nessuno fra Napoli, Africa e Medio Oriente. Un sound radiofonico pregno di accattivanti tinte dance.

Il singolo di lancio, Domani domani domani, non certo il pezzo migliore, rappresenta tuttavia il tono medio dell’album, anche per quanto ne riguarda i contenuti, con il facile ritornello Give me your love, perché per il pacifista Raiz è l’amore, inteso nella sua accezione universale, che deve guidare l’uomo verso la felicità. L’album poi prosegue nel suo percorso multietnico e multiculturale, spinto ai massimi vertici in brani come Yalda Sheli e Ki Eshmera Shabbat, in lingua ebraica, che rimandano al conflitto israelo-palestinese, dove la tradizione folk mediorientale si sposa con l’elettronica intransigente dei Planet Funk. La ritmata title-track (Ya! è un’abbreviazione dell’esortazione arabo-ebraica “Yalla!”, da cui deriva il “ja” napoletano) fa anche parte della colonna sonora di “Tatanka”, il film di Giuseppe Gagliardo tratto da un racconto di Roberto Saviano. Non mancano però momenti più soft e introspettivi, come l’ipnotico dub di Nu filo d’erba e ‘o mare, con le parole del poeta Salvatore Palomba, o la sentimentale Rinasco più in là, dove è la tradizione partenopea a prendere il sopravvento, un pezzo che potrebbe persino fare bella figura a Sanremo (a voi decidere se si tratta di un complimento o di una critica).

Altri momenti ricchi di pathos li troviamo in A’ rosa, cantata interamente in napoletano, e nella bellissima cover di One Blood del rastafari giamaicano Junior Reid.

E’ sempre la splendida voce di Raiz, ora melodica e passionale, ora calda e aggressiva, a marchiare a fuoco l’intero album, che non è certo un capolavoro ma sicuramente va apprezzato per la sua capacità di traghettare l’ascoltatore verso mondi soltanto in apparenza lontani, eppure così vicini a noi, segno di quel multiculturalismo pacifista di cui Raiz si fa fiero portavoce. E che voce!

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