MUSICA/ “Wow”, i Verdena sono diventati grandi

Stavolta i Verdena fanno sul serio. Non ci troviamo più di fronte ad una banda di quattro scapestrati che schitarrano furiosamente e sputano rabbia e dolore adolescenziale, seguendo le orme dei Nirvana e della Seattle che fu. No. Qui, signori, abbiamo tra le mani un doppio album ricco di influenze, che spaziano dalla psichedelia alla new wave, fino a lambire il folk, senza però accantonare il grunge e il power-pop, da sempre il loro marchio d’origine.

di Vittorio Di Lallo

verdenaCon WoW, quinta fatica in studio, i Verdena sono diventati grandi: lo dimostra fin da subito l’apertura pianistica di Scegli me, una pop-song tanto bella quanto semplice che rimanda addirittura a certe atmosfere degli anni Sessanta. Segue Loniterp, sospinta da un possente basso new wave e puntellata da una chitarra in odore di psichedelia, fino ad esplodere in un ritornello memorabile. I vecchi Verdena riaffiorano nel grunge di Mi coltivo e di Attonito, che inizia sarcasticamente con i versi “sarai così serio / suoni su facebook”, e nella breve e sincopata Lui gareggia, un tornado di riff di chitarra e rullate di batteria, anche questa debitrice del Seattle sound.

Poi Alberto Ferrari si cala nei panni del menestrello e viene fuori Razzi arpia inferno e fiamme, che sfoggia un malinconico e spagnoleggiante arpeggio di chitarra come non se ne sentivano da un pezzo. La successiva Adoratorio invece alterna fraseggi pianistici a disturbanti effetti elettronici. La componente acustica dei Verdena si esprime al meglio in Castelli per aria, tenera ballata folk, e nella conclusiva Lei disse (un mondo del tutto differente), retta sulle note del pianoforte.

Il cuore dell’album, però, è tutto nel magico equilibrio di pezzi come Miglioramento, Nuova luce, Grattacielo, dove i Verdena si divertono a mettere insieme canzone d’autore, new wave e psichedelia. Canzone ostinata si distingue per l’altalena ritmica creata da chitarra e batteria, mentre la strumentale e distorta La volta è un esperimento noise che sconfina addirittura nel progressive. Con tutta questa carne al fuoco era quasi inevitabile qualche caduta di tono e una certa ripetitività nella struttura di alcune canzoni, ma ciò non compromette l’ottima qualità complessiva dell’album dei quattro bergamaschi, che con WoW aspirano alla classicità senza peraltro rinnegare le loro origini.

I Verdena non sono mai stati delle rockstar semplicemente perché non hanno mai desiderato esserlo. Nonostante le critiche ricevute dai duri e puri dell’indie per aver firmato fin dall’inizio della carriera con la major Universal, hanno sempre dimostrato la loro indipendenza artistica, lontano dai riflettori e dagli spietati meccanismi del music-business. Restando così fedeli alle loro radici di ragazzi cresciuti nelle valli del bergamasco, dove la sala prove e lo studio di registrazione sono ancora gli stessi dove hanno cominciato più di dieci anni fa: un ex-pollaio, da qualche parte nella Val Seriana, dove la televisione forse nemmeno si vede.


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