MUSICA/ Pop Music e politica: sono solo canzonette?

Cosa succede quando la musica pop, quella che esce dal nostro stereo, dalle radio, quella che ci accompagna durante le nostre giornate, diventa politica? Sembra chiaro che la musica, al pari di ogni altra forma d’arte, è in grado di veicolare ogni tipo di messaggio, e anzi di arrivare al cuore anche delle persone meno informate su ciò che accade nel mondo.

di Vittorio Di Lallo

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Una canzone pop può raccontare una storia, un evento, uno stato d’animo in modo molto più diretto di qualunque discorso, portando in sé un significato comprensibile alla massa, alla gente, al popolo. D’altronde non viene definita per l’appunto pop?

Il nostro percorso partirà dal Biennio Rosso in Italia, quando iniziarono a diffondersi i canti comunisti in contrapposizione a quelli fascisti. Probabilmente il canto popolare per eccellenza è Bandiera Rossa, di cui Cesare Bermani scrive: “Bandiera rossa è l’unico inno della classe operaia che possa considerarsi come un vero canto popolare di tradizione orale”. Trae infatti origine dalle linee melodiche di due canzoni popolari lombarde, usate anche per altri canti di protesta (Povre filandere), risalendo, anche per il testo, sino ai canti garibaldini e repubblicani. Accanto a questo inno, altri canti rivendicavano l’appartenenza alla classe operaia come Fra il ’19 fra l’anno ’20, Se arriverà Lenin, Se otto ore vi sembran poche.

Per contro, il fascismo rispondeva con All’armi siam fascisti, Camicia Nera, Giovinezza (quest’ultima diventata poi inno ufficiale del regime nel 1922), e annoverava un canzoniere davvero molto numeroso, che spaziava dagli inni istituzionali a quelli più prettamente militareschi, fino ad arrivare ai canti ispirati dalla famigerata Guerra d’Africa, come la celebre ed altresì inquietante Faccetta Nera.

La canzone popolare di matrice comunista, costretta al silenzio dal regime fascista, rifiorì con l’avvento della Resistenza. La canzone partigiana più celebre è probabilmente Bella Ciao, seguita da Fischia il Vento e da altri canti meno conosciuti come La Brigata Garibaldi, Festa d’Aprile, I Ribelli della Montagna. Alcuni di questi canti sono stati poi reinterpretati, a partire soprattutto dagli anni Sessanta, da diversi artisti.

Sono stati proprio gli anni Sessanta a rivitalizzare la canzone politica e di protesta, seppur in forme differenti da quelle tradizionali. Si può dire infatti che il pop, così come lo intendiamo oggi nel linguaggio comune, sia nato soltanto allora. La nuova onda nasce a New York all’inizio del decennio, intorno al circuito folk del Greenwich Village, già dagli anni Cinquanta culla della Beat Generation di Ginsberg e Kerouac. In questo clima effervescente emerge la carismatica figura di un giovane e promettente folk-singer, Bob Dylan: la sua Blowin’ in The Wind diventa l’inno ufficiale della nuova controcultura anticapitalista e antimilitarista.

Siamo negli anni della Guerra Fredda, ma alle porte c’è un altro evento che sconvolgerà la società americana dalle sue fondamenta e getterà le basi per la protesta planetaria che si sarebbe verificata di lì a poco: stiamo parlando naturalmente della Guerra del Vietnam, iniziata in realtà dalla metà degli anni Cinquanta ma esplosa solo nella metà del decennio successivo. Nasce il movimento hippie, con centinaia di gruppi musicali che predicano la pace, l’antirazzismo, l’amore per la natura, il ripudio totale della guerra, il libero amore, l’uso di droghe psichedeliche. Un terremoto che toccherà il suo apice nel concerto di Woodstock nel 1969, dove si esibiranno artisti come i Jefferson Airplane, Country Joe & The Fish, Crosby Stills Nash e Young, Joan Baez (l’ala politica del movimento) insieme a tanti altri meno impegnati come Jimi Hendrix, Who, Santana, Creedence Clearwater Revival, Joe Cocker, comunque portatori di una nuova visione del mondo.

Intanto il movimento si allarga a macchia d’olio in tutto il mondo, arrivando in Europa e persino in Asia: nasce il Sessantotto. Sono soprattutto gli studenti, ma anche il proletariato, a essere i principali protagonisti della rivoluzione culturale in atto. 

In Italia nasce una nuova scena di grandi cantautori più o meno impegnati come Gaber, Jannacci, Tenco, De Andrè (che con Canzone del Maggio celebra il Maggio francese), De Gregori, Guccini (con La locomotiva su tutte), Pietrangeli e la sua Contessa (con il celebre ritornello “Compagni dai campi e dalle officine / prendete la falce portate il martello / scendete giù in piazza picchiate con quello / scendete giù in piazza affossate il sistema”), Rino Gaetano (forse il più trasversale e per questo il più contestato dal movimento) e tanti altri, insieme a complessi come i Nomadi e gruppi beat come i Rokes e gli Equipe 84.

Il Sessantotto però, nonostante la sconvolgente innovazione culturale, è destinato a spegnersi, e, in alcuni casi, porterà a forme estremamente violente di ribellione. In Italia si comincia a parlare di anni di piombo: il terrorismo e la strategia della tensione sostenuta dai governi democristiani mettono a ferro e fuoco il Paese, tuttavia sarebbe ingiusto dimenticare la vivacità artistica di quel periodo, anche in ambito musicale. Esaurita la novità rappresentata dai cantautori, si affaccia sul panorama una scena diversa, debitrice delle nuove sonorità punk e new wave che vengono dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. L’epicentro è Bologna, città simbolo del nuovo “Movimento del ‘77” e teatro di violentissimi scontri che culmineranno con la famigerata strage alla stazione nel 1980, dove persero la vita ben 85 persone. La nuova scena però ha poco a che vedere con l’impegno politico e la sofferta vena poetica dei cantautori precedenti, al contrario usa l’arma del sarcasmo, anche feroce, e nel complesso appare avvolta da un alone di cinismo e rabbia nei confronti del potere.

Fra i principali protagonisti di quella stagione ci sono gli Skiantos, inventori del rock demenziale, i Gaznevada, i Confusional Quartet, i clash460Rats. Purtroppo Bologna si trova in una posizione defilata rispetto ai grandi centri del potere discografico come Roma e Milano, e la nuova scena non riesce a sfondare sul mercato. Intanto in Inghilterra e negli States il punk, nichilista e antisociale, sta lasciando il posto al più consapevole e politicizzato movimento hardcore.

L’hardcore, per la sua violenza, resterà sempre una musica per pochi appassionati, tuttavia è la scena più indipendente dell’intero mercato discografico, specie negli Stati Uniti. C’è un gruppo inglese però che seguirà una sua personale strada e conoscerà anche il successo commerciale: stiamo parlando dei Clash, ideatori di un rock multietnico e terzomondista che sarà fonte di ispirazione per decine di gruppi a venire. In Italia invece alla metà del decennio esordiscono con l’EP Ortodossia i reggiani CCCP Fedeli alla Linea (già il nome è tutto un programma): non si era mai sentito niente del genere, almeno nella penisola.

Il gruppo scriverà pezzi che segneranno un’intera generazione, quella che rifiuta la cultura edonista e consumista tipica degli anni Ottanta e per questo si sente dimenticata, impotente, senza futuro. Sono soltanto loro e pochissimi altri ad andare controcorrente nell’epoca della Milano da bere e dei paninari. Bisognerà infatti aspettare almeno l’inizio del nuovo decennio per assistere ad un ritorno dell’impegno politico nella società e di riflesso nella musica pop.

In Italia sboccia una nuova scuola di cantautori che annovera fra i suoi massimi esponenti Daniele Silvestri e Max Gazzè, i quali si riallacciano ai grandi maestri del passato. Gli anni Novanta però vedono anche l’esplosione della Posse, nata nel circuito dei centri sociali autogestiti: si tratta di un fenomeno musicale stilisticamente eterogeneo (si va da influenze punk, al reggae, fino al rap) caratterizzato da liriche militanti e generalmente di matrice anarco-comunista. Fra i maggiori esponenti del movimento  Posse ci sono 99 Posse, Almamegretta, Casino Royale, Assalti Frontali, Frankie Hi NRG, Africa Unite, Caparezza, Banda Bassotti, Modena City Ramblers. Da ricordare anche gli Afterhours, gruppo di punta del nuovo rock tricolore.

Negli States d’altro canto si formano gruppi politicizzati come i Rage Against The Machine, che propongono un esaltante rap-metal e ai loro concerti espongono bandiere di Che Guevara, o i Ministry, aggressivi e paranoici, che criticano duramente la Presidenza di Bush jr. Fra i personaggi più noti, un posto d’onore spetta sicuramente a Manu Chao, cantautore simbolo del movimento no-global, protagonista del concerto tenuto a Genova durante il tragico summit del G8, in cui, ricordiamolo, perse la vita il manifestante Carlo Giuliani, ucciso con un colpo di pistola da un poliziotto.

Cosa succede invece alle soglie del 2000? In Italia, i nuovi gruppi di punta sono il Teatro Degli Orrori e i Baustelle, ma la crisi mondiale desta la coscienza sociale e politica di molti artisti. E non è un caso che a trionfare all’ultimo Festival di Sanremo sia stata proprio una canzone che coglie lo spirito del nostro tempo, Chiamami ancora amore di Vecchioni: un omaggio “a tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero / così belli a gridare nelle piazze / perché stanno uccidendo il pensiero”,  e un grido contro i “signori del dolore”, cioè i nostri politici. Un segnale molto significativo, che rispecchia l’attuale crisi del Governo e della situazione politica nel complesso, in un Italia sempre più delusa ma forse desiderosa di rialzare la testa e di voler cambiare rotta. E forse allora ricominceremo a cantare tutti insieme una canzone bella e felice.


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