MUSICA/ Clinic, la nuova stagione con Bubblegum

Sono passati undici anni da quando, nel 1999, Ade Blackburn e soci, al secolo Clinic, pubblicavano Internal Wrangler, primo capitolo della saga discografica, che ha consacrato la formazione di Liverpool come una delle realtà più interessanti, all’interno dell’ormai mediocremente affollato panorama musicale britannico.

Cronistoria di una degenza in agrodolce
clinicIl periodo intercorso tra il ’99 e oggi ha visto i Clinic insistere in una direzione stilistica fortemente connotata dal tentativo di amalgamare, senza soluzione di continuità, i topoi della psichedelia e gli stilemi dell’art punk, all’interno dei canoni formali, tipici della tradizione pop.

Rispetto ai precedenti lavori, da Walking with thee (2002) a Do it! (2008), passando per Winchester Cathedral (2004) e Visitations (2006), il nuovo album, Bubblegum, pare inaugurare una stagione in cui alla passione per l’erudizione e alla citazione orgogliosamente ostentata, si sostituisce un rinnovato interesse per la forma canzone, consolidata onestamente nelle trame concise e essenziali dei tredici brani che compongono il disco.

L’estetica e le atmosfere degli anni sessanta dominano deliziosamente il progetto, come pare chiaro sin dalla cura dell’artwork, vera e propria dichiarazione di intenti, in cui si evince in maniera lampante un omaggio alle celebri illustrazioni di Saul Bass. Tuttavia, al confronto dei cut-up schizofrenici, pennellati con maestria nelle opere anteriori, Bubblegum appare un disco poco omogeneo, quasi confuso e in alcuni passaggi perfino debole, in cui ogni brano vive di una propria vita esile, rifiutandosi di esser messo completamente a fuoco. Il potenziale, pure assai notevole, dei Clinic è espresso al meglio nei pezzi di apertura, laddove gli echi della psichedelia sixties si fondono perfettamente alle atmosfere morriconiane, costruendo episodi di un’epica preziosamente intima.

I’m Aware, opening track e primo singolo estratto, è un vortice al rallentatore, in cui le doti vocali di Blackburn sono sostenute dal compatto andirivieni a tratti solarmente mite, a momenti intimamente inquieto, del tappeto strumentale. Lo stile soffuso della title track, forse il brano di più facile ascolto, è un monumento di sobria eleganza in miniatura, sullaclinic-1scia del quale si innesta la docile litania di Baby. Spetta a Lion Tamer, quarto brano presente nella track list, il compito non facile di sorreggere la radice art punk del gruppo, che si esibisce in una rivisitazione fin troppo letterale dell’opera dei The Fall.

Le iniezioni glucosiche oparate nei tessuti melodici dell’acustica Linda, della melansa Honey and Milk e del parlato monocorde di Radiostory, costituiscono un infelice tentativo di variazione su tema (assente). Il southern blues palpitante di Forever (Demis’ Blues) e il collage composto dai fotogrammi di un set spaghetti western abbandonato, tratteggiato abilmente in Another way of giving, contribuiscono a risollevare le sorti di Bubblegum e a condurre con dignità ritrovata verso la chiusa, in cui è possibile intravedere momenti di felice ispirazione, come nel singolare esperimento di post rock ispaneggiante, rappresentato da Un astronauta en cielo e nella colorazione a tinte neo folk di Freemason Waltz.

La pochezza soporifera di Evelyn e l’operazione di copia e incolla dai The Fall, perpetrata in Orangutan, per converso, alimentano il senso di disorientamento, portando l’ascoltatore a rimpiangere i precedenti progetti della band di Liverpool, rispetto a un lavoro che, sebbene si ponga come esplorazione nel territorio culturale meno sofisticato della band, comprime Blackburn e compagni all’interno di un meccanismo complesso e troppo poco definito, quale risulta Bubblegum.

 

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