Il Teatro degli Orrori ha il “Sangue Freddo” di Ken Saro Wiwa

A Sangue Freddo. Il rock alternativo italiano salvato dagli Afterhours e dal Teatro degli Orrori, guidato da Pierpaolo Capovilla e ispirato a Ken Saro Wiwa.

di Vittorio Di Lallo

Il rock alternativo, in Italia, non ha mai goduto di ampia popolarità. Un segnale positivo è venuto dalla partecipazione, al penultimo Festival di Sanremo, degli Afterhours, con la loro “Il Paese è reale”, specchio di un’altra Italia che non si riconosce nell’attuale condizione sociale e, perché no, anche esistenziale, del Paese. Tuttavia, se guardiamo alle classifiche di vendita dei dischi in Italia, notiamo che un certo tipo di rock impegnato rimane un genere piuttosto di nicchia, destinato a un target ristretto, a fronte del successo di artisti cresciuti tra le fila di programmi come Amici o X-Factor che, sebbene dotati di innegabile talento vocale, non propongono nulla di nuovo e, anzi, appaiono piuttosto come artificiose operazioni di marketing confezionate su misura per un pubblico giovanile sempre più anestetizzato di fronte alle novità.

Per fortuna, esiste ancora un mercato indipendente, che si muove al di fuori degli spietati meccanismi del music-business, alimentato da gruppi che hanno fatto della libertà artistica la propria bandiera e la base della propria credibilità. Una delle realtà che ben rappresenta oggi questo diverso modo di proporre musica è sicuramente Il Teatro degli Orrori, nome liberamente ispirato al Teatro delle Crudeltà di Antonin Artaud, nato all’inizio del 2005. Il gruppo, formato da musicisti provenienti da altre fondamentali esperienze (parliamo di band come One Dimensional Man e Super Elastic Bubble Plastic), realizza il primo album Dell’Impero delle Tenebre nel 2007, conquistandosi subito un posto di primo piano nel panorama alternative nazionale, grazie allo stile musicale debitore al sound di gruppi americani come Melvins, Jesus Lizard e Birthday Party, che si sposa a liriche ancorate alla tradizione cantautorale italiana.

È un disco che parla di amore, di morte, di società. Nella titletrack, Pierpaolo Capovilla declama a gran voce “abbiamo perso la memoria del XX secolo… comunque sia, abbiamo perso”, fotografando senza mezzi termini la condizione drammatica della sua generazione, in bilico fra amori tormentati (Dio Mio), crisi esistenziale (La Canzone di Tom, Vita Mia) e prese di posizione politiche, espresse con straordinaria sensibilità nella bellissima Compagna Teresa, tenero e disperato omaggio alle donne partigiane. Dal vivo, poi, le performance del gruppo sono devastanti.

Ma il salto di qualità il gruppo lo compie con il secondo album, A Sangue Freddo, uscito nel 2009: un disco molto più politico rispetto al precedente, in cui la componente noise viene stemperata a favore di una maggiore cura in fase di produzione e di una vena poetica se possibile ancora più incisiva. Il nuovo corso è ben rappresentato dal brano di apertura Io ti aspetto, delicata ballata che descrive l’angoscia di un padre che aspetta il ritorno a casa della figlia, temendo per lei il peggio (si leggon cose terribili ogni giorno nei giornali / alla tv non parlan d’altro / confesso di soffrire di paure / forse non giustificate / ma io ti aspetto sai), cogliendo nel segno la paura dell’altro così radicata nella nostra società. Il singolo di lancio del disco (ovverosia la titletrack) invece, è un crudo omaggio a Ken Saro Wiwa (il poeta nigeriano / un eroe dei nostri tempi), scrittore e attivista politico, impiccato nel 1994 per aver denunciato i crimini delle multinazionali petrolifere presenti nel Delta del Niger. Altri temi tipici della società sono affrontati in Alt!, che descrive con aspro sarcasmo la “questione sicurezza” fino alle estreme, inevitabili, conseguenze (da dove vieni? / dove sei diretto? / scommetto che fai uso di stupefacenti / che cosa porti in borsa? Brutta zecca comunista), e in Terzo Mondo (nel terzo mondo fanno finta / di vivere in democrazie / il libero commercio di schiavi / c’è ancora nel terzo mondo).

Altrove è l’amore a dominare, ma sempre visto come un sentimento tormentato, così in Direzioni Diverse (sarebbe stato bello invecchiare insieme /la vita ci spinge verso direzioni diverse), brano nato dalla collaborazione con il genio dell’elettronica Bloody Beetroots, oppure precario come in Due (com’era bello averti / e pensare potesse forse essere per sempre / per sempre cosa? / guardati intorno e dimmi / se c’è qualcosa che possa / mai durar per sempre / tutto quanto è destinato a scomparire / e questa è una società caduca / checché ne dicano Marx o Weber).

Una menzione a parte meritano due rivisitazioni fra le più coraggiose mai osate da un gruppo musicale, vale a dire la rilettura del Padre Nostro e de All’Amato Me Stesso, una delle poesie più belle del grande Majakovski. In definitiva, A Sangue Freddo è un affresco lucido e spietato della nostra società, descritta attraverso le sue contraddizioni e le sue paure, è un’opera di denuncia sociale, un grido che si leva alto nel panorama artistico contemporaneo che non può e non deve rimanere inascoltato. Speriamo solo che le nuove generazioni sappiano distinguere ciò che nasce dalla passione e dalla voglia di esprimersi liberamente da ciò che, invece, è dettato dall’industria e dalle multinazionali del mercato discografico, colpevoli, secondo il mio modesto parere, di uccidere la libertà artistica e quindi anche la cultura, perché senza libertà di espressione non può esservi innovazione, ma solo il perpetuarsi di dinamiche economiche attente soltanto al profitto, cioè alla morte dell’arte in quanto tale.

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