I Blonde Redhead e “Penny Sparkle”, il dolce sound del nuovo album

Sono passati 17 anni da quando Steve Shelley ha scoperto i Blonde Redhead, che oggi ci regalano uno dei più bei capitoli della loro storia, “Penny Sparkle”.

di Gilbumm

blonde_redhead_penny_sparkleDiciassette anni da quando Steve Shelley, batterista dei Sonic Youth, ha scoperto i Blonde Redhead. In questa eternità la benzina Super è morta, l’Inter è riuscita a vincere una Champions League e Internet ha cambiato la nostra vita. I Blonde Redhead non solo sono sopravvissuti a tutto questo, ma hanno continuato ad arricchire la loro avventura musicale in modo esemplare, fino a regalarci oggi uno dei più bei capitoli della loro storia, “Penny Sparkle” (2010).

La progressione musicale dei Blonde Redhead è stata davvero impressionante e, attualmente, del sound noise/no wave degli esordi, non rimane più nulla. L’aria di cambiamento si è iniziata a sentire con “Melodies Of Certain Damaged Lemons” del 2000. Da questo disco in poi la band di Kazu Makino e dei fratelli Pace inizia ad esplorare suoni sempre più lontani dalle dissonanze che hanno reso famosa la band. La svolta pop è arrivata nel 2004 con “Misery Is A Butterfly”, dove a farla da padrone è lo stile barocco dei brani.

Nel 2007 è uscito “23”, il settimo album del trio newyorkese, che fin dal primo ascolto ha dato l’impressione di essere un disco di passaggio, fatto soprattutto di sonorità tipiche del dream-pop di fine anni ottanta.

Proprio per tutto questo l’ottavo album dei Blonde Redhead, “Penny Sparkle”, è stato uno dei dischi più attesi del 2010. Prodotto dagli svedesi Van Rivers e The Subliminal Kid e registrato tra New York e Stoccolma, il nuovo lavoro del trio italo-newyorkese è talmente rilassato che sembra quasi svogliato.

E’ un album che non dovrebbe essere mai ascoltato mentre si è in movimento, mentre ci sbattiamo nel nostro pendolarismo quotidiano. Penny Sparkle è un medicinale perfetto per qualsiasi cervello stressato, è il miglior modo per combattere gli effetti del dopo sbronza.

Nel disco le canzoni si spingono verso una forma abbastanza semplice e la struttura si ripete in tutti i dieci brani, come se si volesse evocare sempre lo stesso effetto. Le chitarre passano in secondo piano rispetto al synth, mentre la sezione ritmica conserva il livello d’eccellenza dei lavori precedenti. La voce di Kazu Makino, a tratti dolce come il miele, è sicuramente la cosa che più risalta. Le sue melodie raggiungono livelli mai toccati prima, l’interpretazione è unica ed è grazie a lei se per tutto il disco ci sembra di vivere un sogno.

blonde-redheadL’unica canzone che Kazu concede ad Amedeo Pace è “Will There Be Stars”, brano intenso da un sapore dark. Canzoni come “My Plants Are Dead” e “Everything is Wrong”, racchiudono una scintillante malinconia, provocata da una melodia molto semplice ma allo stesso tempo affascinante. In altre occasioni gli esperimenti non riescono come per il resto del lavoro. “Black Guitar” e “Spain” anche rispettando il senso di tranquillità del disco non riescono ad imporsi come le altre canzoni.

Penny Sparkle è un lavoro molto coraggioso, qualcosa di totalmente distante dai ”vecchi” Blonde Redhead. Le chitarre e la ritmica tipicamente anni novanta della band è stata messa da parte per ritmi dub, melodie costruite sui synth e percussioni minimalista. L’effetto del primo ascolto può essere un po’ alienante, soprattutto se ci si aspetta un disco alla Sonic Youth e invece sembra di ascoltare i Massive Attack. La cosa più importante però è che Penny Sparkle è veramente un grande disco.

Buon ascolto!

 

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