Costo e prezzo dei cd musicali in Italia: perché 20 euro?

Perché il prezzo dei cd musicali si aggira sui 20 euro? La conseguenza è che il costo troppo elevato spinge verso il download, la pirateria e il peer to peer.

di Vittorio Di Lallo

musicaDa quando, nel 1979, la Sony e la Philips inventarono, congiuntamente, il Compact Disc, le modalità di fruizione della musica hanno attraversato cambiamenti a dir poco radicali. Un po’ alla volta, il CD ha sostituito il vecchio caro vinile, oggi relegato a status di oggetto fuori moda per attempati nostalgici e collezionisti irriducibili. D’altro canto, lo stesso CD attraversa oggi una fase di crisi da cui difficilmente verrà fuori, se non si trovano adeguate soluzioni al problema. In Italia, un qualunque CD appena uscito per una major, non importa se italiano o straniero, costa mediamente 20 euro. E’ un prezzo che trovo esagerato, e ovviamente vi spiego anche il perché.

Primo, essendo la musica una forma d’arte al pari di un’opera letteraria o di un film, sarebbe ragionevole che goda degli stessi privilegi, cosa che invece non avviene. In Italia, l’IVA che si paga sul prezzo dei CD è del 20%, contro il 4% di quella sui libri. Vi pare giusto? Fra l’altro, è la percentuale più alta fra quella di altri Stati europei come Regno Unito, Francia, Germania, in cui l’IVA oscilla fra il 16% e il 18%.

Secondo, il costo medio di produzione di un singolo CD si aggira fra i 4-5 euro (e a volte anche meno): è normale pagarlo il quadruplo? Perché un CD arriva a costare 20 euro? In realtà, non è solo la percentuale IVA a determinare il prezzo finale di un CD . Vi sono quindi altre importanti variabili che incidono pesantemente sulle tasche dei consumatori. Andiamo a vedere quali sono, considerando comunque che stiamo affrontando un terreno accidentato in cui è difficile individuare con esattezza gli specifici costi relativi alle diverse variabili in ballo. Possiamo infatti affermare che ogni CD fa storia a sé.

Innanzitutto bisogna considerare i costi di fabbricazione. La cura con la quale è confezionato un CD, dalla presenza di un libretto e relativo artwork, al tipo di box utilizzato, sono elementi che vanno ad incidere in una certa misura sul costo finale, seppure in percentuali mediamente basse. In questo caso è soprattutto la qualità del prodotto a determinare le variazioni del prezzo. Vi sono poi le royalties che spettano all’artista. Questi compensi possono variare notevolmente a discrezione dell’artista e, ovviamente, degli accordi che ha stipulato con la casa discografica. Inoltre, sono generalmente versati cospicui anticipi a fondo perduto, in particolar modo per gli emergenti, con lo scopo di mettere l’artista in condizione di iniziare o proseguire il proprio lavoro. L’elargizione di queste somme non si limita però al singolo prodotto/album, ma si tratta di un investimento nel quadro di un più ampio progetto di sviluppo artistico.

Finanziare e sostenere la ricerca di nuovi artisti è di fatto una delle funzioni principali delle case discografiche. Secondo una ricerca inglese, le industrie discografiche investono in media il 12-13% del proprio fatturato in ricerca che – se confrontata agli altri settori industriali – risulta una delle percentuali più elevate. Questo meccanismo, che oggi è messo in grave pericolo dall’espansione della pirateria, è anche l’unico che consente il finanziamento, lo sviluppo e il lancio di nuovi prodotti le cui vendite non sono in grado di coprire le spese iniziali. In pratica un artista produce spesso il primo disco in perdita e si rifà gradualmente, se tutto va bene, con i prodotti successivi.

Un altro costo è dato dai cosiddetti diritti fonomeccanici (SIAE), i quali incidono per circa il 5% sul prezzo finale al consumatore. Stessa percentuale quella relativa alle spese per la distribuzione e il selling.Vi sono poi i costi di registrazione, che possono variare in maniera notevole, dipendendo da diversi fattori, fra cui la qualità degli strumenti e il tempo necessario per realizzare l’opera. Ma con ogni probabilità la voce che incide maggiormente, è quella che riguarda le operazioni di marketing e le spese per pubblicizzare e promuovere il disco: anche qui, comunque, i costi possono presentare enormi differenze fra un prodotto e l’altro. In alcuni casi le spese per una singola produzione possono addirittura superare i 500.000 euro, se la campagna promozionale passa anche attraverso la televisione.

Infine vanno considerati i costi generali e di amministrazione.

Detto questo, quindi, è necessario fare alcune osservazioni. Consideriamo i soli prodotti nazionali. Sappiamo che non tutti i CD prodotti da case discografiche italiane vengono immessi sul mercato allo stesso prezzo. Alla luce di quanto già riportato, è chiaro che le differenze del prezzo finale dipendono soprattutto dalla casa discografica, e, di riflesso, dall’artista stesso. Se è vero che alcuni costi, come quello dell’IVA o dei diritti SIAE, sono assolutamente identici per qualsiasi produzione, è anche vero che ve ne sono altri, come quelli di promozione e pubblicizzazione, o le stesse royalties corrisposte agli artisti, che invece variano notevolmente.

Sono soprattutto le cosiddette etichette indipendenti che fanno uscire i loro CD a prezzi inferiori, di solito 15 euro o anche meno. E quindi, la scelta di un artista di affidarsi a un’etichetta indie si ripercuote poi direttamente sulle tasche del consumatore. Resta il fatto che molti di loro preferiscono lavorare con le major, il che significa sicuramente godere di maggiore visibilità e quindi di maggiori profitti, tuttavia pagare un CD 20 euro resta, a mio avviso, un furto legalizzato. Non si può sparare a zero sulla pirateria, sul download e il peer-to-peer illegale, quando poi le case discografiche in primis, con la complicità degli artisti affiliati, e in più l’IVA alle stelle e i diritti SIAE, concorrono tutti insieme a fissare il prezzo di un’opera artistica pari a ben quattro volte il suo valore effettivo. E credo che sia soprattutto per questo che oggi il mercato del CD è in profonda crisi, una crisi che, come abbiamo già accennato, non conoscerà fine almeno fino a quando il prezzo non si assesterà su valori ragionevoli rispetto all’effettivo costo di produzione.

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