Costo e prezzo dei cd musicali in Italia: perché 20 euro? |
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| Intrattenimento - Musica | |||
| Scritto da Vittorio Di Lallo | |||
| Martedì 28 Settembre 2010 19:50 | |||
Perché il prezzo dei cd musicali si aggira sui 20 euro? La conseguenza è che il costo troppo elevato spinge verso il download, la pirateria e il peer to peer.di Vittorio Di Lallo
Primo, essendo la musica una forma d’arte al pari di un’opera letteraria o di un film, sarebbe ragionevole che goda degli stessi privilegi, cosa che invece non avviene. In Italia, l’IVA che si paga sul prezzo dei CD è del 20%, contro il 4% di quella sui libri. Vi pare giusto? Fra l’altro, è la percentuale più alta fra quella di altri Stati europei come Regno Unito, Francia, Germania, in cui l’IVA oscilla fra il 16% e il 18%.
Secondo, il costo medio di produzione di un singolo CD si aggira fra i 4-5 euro (e a volte anche meno): è normale pagarlo il quadruplo? Perché un CD arriva a costare 20 euro? In realtà, non è solo la percentuale IVA a determinare il prezzo finale di un CD . Vi sono quindi altre importanti variabili che incidono pesantemente sulle tasche dei consumatori. Andiamo a vedere quali sono, considerando comunque che stiamo affrontando un terreno accidentato in cui è difficile individuare con esattezza gli specifici costi relativi alle diverse variabili in ballo. Possiamo infatti affermare che ogni CD fa storia a sé. Innanzitutto bisogna considerare i costi di fabbricazione. La cura con la quale è confezionato un CD, dalla presenza di un libretto e relativo artwork, al tipo di box utilizzato, sono elementi che vanno ad incidere in una certa misura sul costo finale, seppure in percentuali mediamente basse. In questo caso è soprattutto la qualità del prodotto a determinare le variazioni del prezzo. Vi sono poi le royalties che spettano all’artista. Questi compensi possono variare notevolmente a discrezione dell’artista e, ovviamente, degli accordi che ha stipulato con la casa discografica. Inoltre, sono generalmente versati cospicui anticipi a fondo perduto, in particolar modo per gli emergenti, con lo scopo di mettere l'artista in condizione di iniziare o proseguire il proprio lavoro. L’elargizione di queste somme non si limita però al singolo prodotto/album, ma si tratta di un investimento nel quadro di un più ampio progetto di sviluppo artistico. Finanziare e sostenere la ricerca di nuovi artisti è di fatto una delle funzioni principali delle case discografiche. Secondo una ricerca inglese, le industrie discografiche investono in media il 12-13% del proprio fatturato in ricerca che - se confrontata agli altri settori industriali - risulta una delle percentuali più elevate. Questo meccanismo, che oggi è messo in grave pericolo dall’espansione della pirateria, è anche l'unico che consente il finanziamento, lo sviluppo e il lancio di nuovi prodotti le cui vendite non sono in grado di coprire le spese iniziali. In pratica un artista produce spesso il primo disco in perdita e si rifà gradualmente, se tutto va bene, con i prodotti successivi. Un altro costo è dato dai cosiddetti diritti fonomeccanici (SIAE), i quali incidono per circa il 5% sul prezzo finale al consumatore. Stessa percentuale quella relativa alle spese per la distribuzione e il selling.Vi sono poi i costi di registrazione, che possono variare in maniera notevole, dipendendo da diversi fattori, fra cui la qualità degli strumenti e il tempo necessario per realizzare l’opera. Ma con ogni probabilità la voce che incide maggiormente, è quella che riguarda le operazioni di marketing e le spese per pubblicizzare e promuovere il disco: anche qui, comunque, i costi possono presentare enormi differenze fra un prodotto e l’altro. In alcuni casi le spese per una singola produzione possono addirittura superare i 500.000 euro, se la campagna promozionale passa anche attraverso la televisione. Infine vanno considerati i costi generali e di amministrazione. Detto questo, quindi, è necessario fare alcune osservazioni. Consideriamo i soli prodotti nazionali. Sappiamo che non tutti i CD prodotti da case discografiche italiane vengono immessi sul mercato allo stesso prezzo. Alla luce di quanto già riportato, è chiaro che le differenze del prezzo finale dipendono soprattutto dalla casa discografica, e, di riflesso, dall’artista stesso. Se è vero che alcuni costi, come quello dell’IVA o dei diritti SIAE, sono assolutamente identici per qualsiasi produzione, è anche vero che ve ne sono altri, come quelli di promozione e pubblicizzazione, o le stesse royalties corrisposte agli artisti, che invece variano notevolmente. Sono soprattutto le cosiddette etichette indipendenti che fanno uscire i loro CD a prezzi inferiori, di solito 15 euro o anche meno. E quindi, la scelta di un artista di affidarsi a un’etichetta indie si ripercuote poi direttamente sulle tasche del consumatore. Resta il fatto che molti di loro preferiscono lavorare con le major, il che significa sicuramente godere di maggiore visibilità e quindi di maggiori profitti, tuttavia pagare un CD 20 euro resta, a mio avviso, un furto legalizzato. Non si può sparare a zero sulla pirateria, sul download e il peer-to-peer illegale, quando poi le case discografiche in primis, con la complicità degli artisti affiliati, e in più l’IVA alle stelle e i diritti SIAE, concorrono tutti insieme a fissare il prezzo di un’opera artistica pari a ben quattro volte il suo valore effettivo. E credo che sia soprattutto per questo che oggi il mercato del CD è in profonda crisi, una crisi che, come abbiamo già accennato, non conoscerà fine almeno fino a quando il prezzo non si assesterà su valori ragionevoli rispetto all’effettivo costo di produzione.
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