TROPPE COINCIDENZE/ Le stragi di mafia vent’anni dopo, un libro di Ayala

di Gaetano Cellura

È sulle coincidenze, sulle “Troppe Coincidenze“, il titolo del libro uscito da pochi giorni (Mondadori, pagine 169, euro 12) che riflette il suo autore, l’ex Pm Giuseppe Ayala. In Sicilia coincidenze può diventare sinonimo di verità ancora nell’ombra a distanza di vent’anni. Verità sull’ultimo segmento della complessa, complicata storia del rapporto mafia-politica.

TROPPE-COINCIDENZETroppe coincidenze esce nel ventesimo anniversario delle stragi mafiose di Capaci e via d’Amelio e ne analizza prodromi e conseguenze. Per Ayala, il 41 bis (introdotto dal governo con decreto legge l’otto giugno del 1992, quindici giorni dopo la prima strage) c’entra poco con gli omicidi di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Uomini simbolo del pool antimafia voluto da Antonino Caponnetto dopo l’omicidio del magistrato Rocco Chinnici. Falcone fu ucciso (nel “cratere dell’autostrada”, come scrisse Vincenzo Consolo) per il lavoro che svolgeva al dipartimento Affari Generali del ministero della Giustizia. Dove era stato chiamato dal guardasigilli Claudio Martelli, nel bel mezzo della palermitana “stagione dei veleni”.

Al ministero Falcone “monitorava” le sentenze della prima sezione della Cassazione. “In considerazione – scrive Ayala – delle polemiche che alcune di queste avevano sollevato, tanto da indurre i giornali a ribattezzare il suo presidente, Corrado Carnevale, con il nomignolo di ammazzasentenze”.  A Falcone i boss l’avevano giurata dopo il maxiprocesso, ma fu quel lavoro di “monitoraggio” che ne accelerò la fine. Perché il primo presidente della Cassazione decise la “rotazione dei presidenti di sezione” e a occuparsi del maxiprocesso fu un altro magistrato, Arnaldo Valente. Con esisti questa volta disastrosi per gli imputati che si aspettavano dalla Cassazione il solito ammorbidimento delle pene.

Ayala – magistrato di punta nelle indagini e nei maxi processi alla mafia, amico di Falcone – condivide dunque in parte la relazione della commissione antimafia presieduta dal senatore Giuseppe Pisanu. Secondo cui “il fine ultimo pratico” delle stragi del 1992-93 e  il motivo per cui “Cosa nostra tratta o cerca di trattare” era quello di indurre lo Stato ad abolire il 41 bis, cioè il carcere duro per i mafiosi. Stesso discorso vale per l’omicidio di Borsellino. Anche se comparso sulla scena prima della strage di via d’Amelio del 19 luglio, il decreto sul 41 bis fu applicato immediatamente dopo e “andò in porto senza soverchie difficoltà ai primi d’agosto”. Intanto il trasferimento di molti boss nelle carceri di massima sicurezza era avvenuto nella notte tra il 19 e il 20 luglio. Altre dunque furono le ragioni delle stragi del ’92.  Ed erano connesse al lavoro di Giovanni Falcone al ministero. Alla fine cioè del sistema di protezioni di cui Cosa nostra godeva sulle sentenze di terzo grado.

Ayala sposa invece la tesi della commissione parlamentare antimafia sul legame tra l’abolizione del 41 bis e le stragi terroristiche consumate nel 1993 a Roma, Firenze e Milano. Servivano a innalzare il potere contrattuale della mafia nella “trattativa” con lo Stato. La domanda principale che Ayala si pone è perché a un certo punto, cioè dopo la mancata esplosione “solo per un difetto nell’innesco” della Lancia Thema parcheggiata allo stadio Olimpico di Roma nella zona di passaggio dei tifosi durante un incontro di calcio, Cosa nostra cambia strategia e rinuncia “all’attacco terroristico allo Stato”. È il 23 gennaio del 1994. Se l’auto fosse esplosa ci “sarebbe stata una delle più agghiaccianti carneficine dell’intera storia repubblicana”. Delle due l’una sul cambio di strategia: o la mafia prende atto dell’inutilità delle stragi per lo scopo che si propone, l’abolizione del regime speciale di detenzione; oppure vede all’orizzonte una “novità” politica che le dà buone speranze.

L’autore di Troppe coincidenze non ha la risposta, ma propende “decisamente per la seconda ipotesi”. Buone speranze vuol dire pax (mafiosa, in questo caso). Vuol dire trattativa, promesse. Che tipo di promesse? <<La commissione antimafia si sofferma – scrive Ayala – sulla “singolare corrispondenza di date” tra le stragi del 1993 e la scadenza di numerosi decreti applicativi del 41 bis emessi (..) nell’anno precedente. I primi 325 vennero, tuttavia, prorogati per un altro anno. Il successivo primo novembre andavano in scadenza altri decreti, e questa volta, invece, il ministro Giovanni Conso decise di non prorogarne ben 140>>. Disse, nel 2010, che l’aveva fatto “in un’ottica non di pacificazione… ma con lo scopo di frenare la minaccia di altre stragi”. A Giuseppe Ayala l’ipotesi che il mancato rinnovo di 140 decreti applicativi del 41 bis abbia potuto soddisfare Cosa nostra pare poco plausibile. Altro deve essere successo. Promesse consistenti devono esserle state fatte. E se ne può trovare conferma (una delle tante coincidenze che danno titolo al libro) nelle dichiarazioni sul 41 bis rese da Leoluca Bagarella alla Corte d’assise di Trapani il 13 luglio del 2002: “Siamo stanchi di essere strumentalizzati dalla classe politica, le promesse non sono state mantenute”.

Siamo nel primo anno del secondo governo Berlusconi e ne sono passati nove di “sostanziale pax mafiosa”. Il 2002 è l’anno in cui l’articolo 41 bis “viene introdotto stabilmente nel nostro ordinamento”. Chi dunque, secondo Bagarella; quali pezzi dello Stato, nuovi o vecchi, non avevano mantenuto le promesse del 1994, che misero fine all’ultima stagione stragista? Avessi la risposta! esclama sconsolato Giuseppe Ayala. Avessimo tutti la risposta! Che è poi la riposta alla domanda senza risposta di Caponnetto di vent’anni fa (Repubblica del 25 ottobre 1992): “Cerchiamo … i grandi cervelli della finanza, i banchieri e i commercialisti che tengono in piedi l’impero. E, ovviamente, cerchiamo anche gli eredi di Lima. Chi sono? Io davvero non lo. So solo che non possono non esserci”.

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