Milan Kundera: l’insostenibile leggerezza dell’essere

Il capolavoro di Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, descrive l’eterno ritorno dell’uguale, la storia che si ripete. Vi ricorda qualcosa?

di Sara Barone

kundera”Questa vita, come tu la vivi ora e l’hai vissuta, con i suoi dolori e piaceri, pensieri, ansie e sofferenze, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli altre volte”. (F.Nietzsche)

Non è mia intenzione propinare una lezione di filosofia, ma voglio servirmi delle parole di Nietzsche per iniziarvi al percorso spirituale e metafisico de L’Insostenibile leggerezza dell’essere. Il grande capolavoro di Milan Kundera viene portato a termine nel 1984 e immediatamente tradotto in molte lingue, tra cui anche l’italiano, raccogliendo numerosi consensi dal mondo della critica letteraria. La citazione sopra riportata non è affatto casuale: Kundera apre il suo romanzo con riferimento a uno dei cardini della filosofia nietzschiana, l’eterno ritorno dell’uguale.

Provate a immaginare l’esistenza in questa prospettiva, come se ogni situazione, ogni sentimento, ogni evento, dovessero ripetersi all’infinito. Per dirla ancora con Nietzsche, l’uomo dovrebbe tollerare un ”fardello” troppo pesante e non ne sarebbe in grado. La nostra vita così fugace e così inevitabilmente legata alla morte è intrisa di leggerezza e ci concede la possibilità di mettere da parte il passato, senza che esso  torni a tormentarci in eterno. Ma solo pensando che tutto sempre ritorna, diviene possibile non eludere il male dalla realtà, perché non lo si può dimenticare, né sminuire riducendolo a qualcosa di passeggero.

La dottrina dell’eterno ritorno viene ad assumere in Kundera un significato fondamentalmente morale e un potente strumento di rifiuto della realtà. Svincolandosi dall’ordinario fluire delle cose nel tempo, l’autore vuole evitare che gli eventi vengano trascurati o banalizzati e perciò li fa  ripetere in eterno. Tutto il romanzo è strutturato sul dualismo tra pesantezza e leggerezza: la prima rappresenta la dimensione propria della vita umana ed è la sola a permettere la collocazione cronologica dei fatti sulla linea del tempo. L’altra è dotata di valore semantico perché ciò che viene ripetuto incessantemente ed eternamente svela con tanta evidenza i propri meccanismi, da permettere all’uomo di cogliere le ragioni della realtà e di assumersene le responsabilità.

É così che la leggerezza diventa insostenibile.

Al di là di tutte le implicazioni filosofiche che io ho cercato, forse indegnamente, di riassumere in poche righe, non va tralasciato l’aspetto puramente formale del romanzo. L’intreccio sembra rispettare tutti i canoni del dramma borghese ottocentesco, nei suoi tratti realistici. Vi si narrano infatti i casi di quattro personaggi legati in una trama di rapporti erotici e sentimentali, sullo sfondo storico della primavera di Praga del 1968. Tomàs è sposato con Tereza, una giovane donna perseguitata dai fantasmi di un passato doloroso, ma allo stesso tempo intrattiene una relazione con Sabina, pittrice dalla personalità complessa e difficilmente riconducibile a schemi prefissati. A questo intricato e sofferto triangolo amoroso, si aggiunge Franz, intellettuale svizzero dalle forti aspirazioni umanitarie ma profondamente turbato dalla fine della sua relazione con Sabina. I quattro personaggi realizzano concretamente la leggerezza e la pesantezza del vivere senza mai scegliere tra le due concezioni, dimostrando al lettore che è impossibile stare da una parte piuttosto che dall’altra.

La riflessione dell’autore mette capo a una vera e propria filosofia della storia rappresentata da un reale e profondo impegno intellettuale e politico. La rivoluzione mette in crisi un sistema di valori e trasforma problemi intimi ed esistenziali in problemi collettivi. La rivoluzione vagheggia ”un mondo dove la merda è negata e tutti si comportano come se non esistesse”. La rivoluzione è kitsch secondo Kundera, laddove il kitsch è quell’ideale che elimina l’inaccettabile, è quel modello di tutti i  politici che sognano una società perfetta.

E allora mi viene da pensare che la società in cui vivevano Kundera e i suoi personaggi non fosse tanto diversa da quella in cui viviamo noi oggi. Sospesi tra la pesantezza di ciò che non può tornare ad esistere e la leggerezza della possibilità. La possibilità di migliorare, di cambiare, di guardare oltre ciò che è già stato, ma anche di tornare indietro a ciò che pensavamo aver perso.

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