LIBRI DA LEGGERE/ La solitudine dei numeri primi

Tra i libri da leggere, “La solitudine dei numeri primi”: scritto da Paolo Giordano, Premio Strega e Premio Campiello nel 2008, è diventato anche un film.

di Sara Barone

20433-la-solitudine-dei-numeri-primiQuest'anno il festival del cinema di Venezia ha visto come protagonista tra i film italiani ''La solitudine dei numeri primi'' del regista Saverio Costanzo, figlio del noto giornalista Maurizio.

Un horror sentimentale che ha cercato di cogliere il senso più intimo dell'omonimo romanzo di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello nel 2008. Un vero e proprio caso letterario che ha suscitato l'interesse e la curiosità di molti. Personalmente ricordo di aver rivolto la mia attenzione prima all'autore e poi al libro. Paolo Giordano è laureato in Fisica delle particelle e tra una ricerca e l'altra fa lo scrittore di successo. Ma non finisce qui: ha frequentato la prestigiosa Scuola Holden, fondata a Torino nel 1994 da Alessandro Baricco e ha partecipato a un progetto di 'Medici senza frontiere' nella Repubblica Democratica del Congo. Insomma un personaggio poliedrico, eclettico e dotato senza dubbio di un'attraente vivacità intellettuale, di cui sentiremo ancora parlare in futuro.

In tanti hanno letto il libro: alcuni l'hanno amato, altri lo hanno giudicato banale, angosciante, prevedibile. La storia non è delle più felici: Alice e Mattia sono i due giovanissimi protagonisti che da bambini diventano adolescenti complessati e infine adulti infelici. La loro è un'amicizia che tenta disperatamente di diventare amore, ma si scontra con il baratro dell'anoressia e dell'autolesionismo, con due infanzie difficili sconvolte da eventi che segnano irrimediabilmente le loro giovani menti, con i sensi di colpa, le gioie negate, i sentimenti non vissuti. Crescono, fuggono lontano l'uno dall'altro, ma continuano a rincorrersi e a cercarsi fino a quando non si ritrovano in un ultimo tentativo di conciliazione. Vorrebbero abbattere il muro che li separa, ma scelgono di perseverare nella loro solitudine, vero leit motiv dell'intero romanzo. Non voglio negare il piacere della lettura a chi, contrariamente alle tendenze, non avesse ancora letto il libro; dunque non svelerò altri particolari significativi della trama.

Al di là della vicenda in sé e a prescindere dalle reazioni dell'opinione pubblica, voglio focalizzare l'analisi del libro su un punto in particolare.

Il titolo originale era ''Dentro e fuori dall'acqua'' che è rimasto comunque il titolo di uno dei capitoli, ma è stato sostituito dall'editore Mondadori con quello attuale, sicuramente più immediato ed emblematico. I numeri primi sono per definizione matematica divisibili solo per uno e per se stessi, non possono in alcun modo relazionarsi con gli altri infiniti numeri. Questo accade quando si è soli. O quando si è in compagnia. Insomma dipende da che cosa si vuole intendere per solitudine. L'etimologia del termine dal latino ci suggerisce che il senso di solitudine nasce dalla  perdita di qualcosa la_solitudine_nella_moltitudineche ci appartiene e che ci sta a cuore e provoca di conseguenza dolore, sofferenza, disagio. Ma se volessi intendere la solitudine come alienazione?  L'allontanamento da sé, il distacco dell'Io da se stesso. In questo senso si dovrebbe combattere la solitudine evitando i luoghi affollati per prediligere i luoghi dell'anima, spesso lasciati inesplorati perché sede delle nostre paure più recondite e dei pensieri più opprimenti.

La solitudine non è una condizione fisica e non si misura col numero di amici ( mi riferisco anche a quelli di facebook ), quanto piuttosto un modo di concepire, consapevolmente, il proprio rapporto con la vita. A questo punto, per consuetudine, dovrei attaccare con il solito ritornello dell'emarginazione di coloro che vengono rifiutati dal branco perché giudicati diversi o perché troppo deboli per sopravvivere. Ma perderei di vista il tema di cui si sta parlando. La solitudine è spesso anche una scelta e permettetemi di azzardare che può essere anche un'inesauribile fonte di piacere. Uno degli obiettivi esistenziali di ciascun essere umano dovrebbe essere quello di raggiungere la pace dei sensi, quella serenità dell'animo che permette di guardarsi dentro senza timori.

I protagonisti di Giordano non hanno avuto la possibilità di scegliere, la solitudine è stata loro imposta da una Natura matrigna e poco clemente. Siamo di fronte a una sorta di romanzo di formazione al negativo: Alice e Mattia crescono ma non riescono a svincolarsi dall'infelicità che li perseguita. E soprattutto nel finale non dimostrano di aver imparato dagli errori compiuti in passato, perché decidono di rimanere soli e lontani.

Ma non incorriamo nel solito errore dell'assolutizzazione e cerchiamo di evitare erronee interpretazioni del messaggio di un libro. I libri raccontano storie e le storie sono frutto dell'esperienza umana del singolo individuo che vive la propria vita, non quella del mondo intero. Di solito considero costruttiva e assolutamente inevitabile l'immedesimazione del lettore nei protagonisti del romanzo che sta leggendo. In questo caso auspicare ad un coinvolgimento totalizzante mi sembra fuori luogo, data la drammaticità della vicenda. Un occhio più critico e distaccato potrebbe essere d'aiuto.

Buona lettura.

 

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