LA RAGAZZA DELLE ARANCE/ Jostein Gaardner ci regala un favoloso romanzo sul senso di esistere

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Un romanzo a tratti struggente e fantasioso, pieno di una poesia che nasce anche dal dolore, dalla nostalgia e dalla lontananza inesorabile. Un romanzo che pone interrogativi sulla vita e sulla morte e non vende certezze, ma soltanto esili speranze. Un romanzo fatto di meraviglia e amore per la vita, ma anche di dolore per la sua brevità e  per le regole prestabilite che decretano un’esistenza che  non è in nostro potere cambiare; possiamo solo scegliere se accettarle o rifiutarle.

 

Sapevo che questo romanzo mi avrebbe riservato tante sorprese nel momento in cui i miei occhi sono stati calamitati sul quel caldo arancione della copertina!

Georg ha quindici anni e conduce una vita tranquilla, come la maggior parte dei suoi coetanei. Va a scuola, studia, gioca con gli amici e mangia schifezze.

Poi un giorno, nella fodera del suo vecchio passeggino, trova una lettera che suo padre gli aveva scritto prima di morire e che aveva poi nascosto, affinché il figlio la potesse trovare una volta grande.

Si apre così il romanzo di Jostein Gaarder, docente di filosofia ed autore di Best Seller per l’infanzia.

 

La trama è costituita da due storie che paiono a prima vista addirittura slegate tra loro: quella di Georg, il ragazzino che sta leggendo la lettera e quella di Jan Olav, suo padre  il quale racconta la storia della “ragazza delle arance”, una giovane con un sacchetto di arance incontrata per caso su un tram di Oslo e subito persa. I due si cercheranno, si ritroveranno e vivranno una sorta degna delle migliori  favole incantate, piene di magia e di bellezza, ma con un’ombra incombente e un finale inesorabile. A mano a mano si svela la trama e la lettera che, a prima vista, sembrerebbe una sorta di testamento di memorie, si tramuta a poco a poco in una serie di domande che il padre pone a questo figlio che non ha potuto crescere.

Un romanzo a tratti struggente e fantasioso, pieno di una poesia che nasce anche dal dolore, dalla nostalgia e dalla lontananza inesorabile. Un romanzo che pone interrogativi sulla vita e sulla morte e non vende certezze, ma soltanto esili speranze. Un romanzo fatto di meraviglia e amore per la vita, ma anche di dolore per la sua brevità e  per le regole prestabilite che decretano un’esistenza che non è in nostro potere cambiare; possiamo solo scegliere se accettarle o rifiutarle.

Una favola a tratti deliziosa, che insegna ad apprezzare quel che si ha e che si vive come una scoperta continua e un dono prezioso.. ma una  sensazione di dejavu, per chi ha già avuto a che fare con l’autore, che rischia di banalizzare anche il messaggio che sta dietro alla trama. Insomma, una volta girata l’ultima pagina quello che resta è  quella sensazione di dolce-amaro che tocca profondamente il cuore, che ti emoziona piano piano e che ti fa pensare. Una storia carica di un’intimità, una tenerezza, un amore sconfinato che forse solo un padre sa trasmettere.

Un libro che ti costringe a pensare e ti pone grandi interrogativi. “Chi non sa vivere la vita,adesso,non saprà vivere mai!”. Tu cosa hai deciso? Concludo la mia opinione lanciando questa domanda…ora sta a voi rispondere.. e magari andate anche a comprare il libro!

<E chi era allora?>

Esitò un attimo prima di rispondere. <Nessuno> disse.

chiesi di nuovo <Nessuno?>

<Era una specie di fidanzato. Eravamo in classe insieme al liceo>

Credo che sorrisi. Comunque lei disse: <Non possiamo possedere l’uno il passato dell’altra, Jan Olav. La questione è se  avremo un futuro insieme>.

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