I GRANDI CLASSICI/ Letteratura, “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria

Quando si parla dei grandi classici della cultura italiana, in particolare civile e politica non possiamo che fare riferimento alla grande opera che Cesare Beccaria scrisse nel 1764, "Dei delitti e delle pene""Esse [le leggi] non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari."

di Maria Ciavotta

dei_delitti_e_delle_pene_cesare_beccariaCesare Beccaria nella sua vita si definì un “filosofo della morale e della politica ”, il suo interesse per la filosofia nasce soprattutto grazie allo studio dei pensieri di Montesquieu e Rosseau e che lo portano a maturare le idee che poi scriverà nel suo libro.

Principalmente è influenzato dalle idee che troviamo nel “Contratto sociale” di Jean Jacques Rosseau  e anche dal pensiero di John Locke,  fu molto apprezzato in tutta l’Europa tanto da essere lodato dai massimi pensatori di quel tempo. Cesare Beccaria aveva 25 anni quando scrisse questa opera e ha mostrato tutta la chiarezza con uno stile limpido e mai impreciso, tanto da essere un modello di riferimento per molti autori successivi.

Il trattato viene diviso in 42 brevi capitoli, ognuno con un proprio titolo nella quale si dibatte l’argomento scelto.

Nell’opera troviamo essenzialmente una riflessione politica sulla situazione legislativa di quel tempo, anni in cui si ha una maggiore presa di coscienza nei riguardi della giurisdizione penale e si ha un impulso morale generato sostanzialmente dall’evoluzione storica sociale e culturale di quei tempi.

Leggendo il libro più volte rimango stupita dal fatto che Cesare Beccaria si sia interessato a temi e pene che ancora oggi sono molto attuali. Troviamo ad esempio temi come la pena di morte (“Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità.”), l’interpretazione arbitraria delle leggi e la prontezza delle leggi. Ancora molto importante per quel tempo è il fatto di parlare della disuguaglianza di pene inflitte a un povero o a un nobile , e, fondamentale è l’aspetto educativo che serve per prevenire le pene.

«Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà. I mali che nascono dalle cognizioni sono in ragione inversa della loro diffusione, e i beni lo sono nella diretta».

Credo sia illuminante la conclusione che troviamo:

“Da quanto si è veduto finora può cavarsi un teorema generale molto utile, ma poco conforme all'uso, legislatore il più ordinariodelle nazioni, cioè: perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino,dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze,proporzionata a delitti, dettata dalle leggi.”

 

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