Gustavo Zagrebelsky e il saggio “Sulla lingua del tempo presente”

Nelle 58 pagine che lo compongono, ci viene spiegato come la nostra lingua venga continuamente trasformata e soggiogata in costanti luoghi comuni, fino a farla sembrare kitsch e stereotipata. “Noi non solo pensiamo in una lingua, ma la lingua pensa con noi o, per essere ancora più espliciti, per noi.”

di Maria Ciavotta

Gustavo-ZagrebelskyGustavo Zagrebelsky è stato eletto Presidente della Corte Costituzionale nel 2004, è professore di Diritto Costituzionale e collabora con i maggiori quotidiani italiani. Ha scritto questo piccolo manuale, “Sulla lingua del tempo presente”, per descrivere i modi d’uso della lingua e gli errori che spesso derivano da un suo utilizzo indiscreto ed eccessivo.

Nelle 58 pagine che lo compongono, ci viene spiegato come la nostra lingua venga continuamente trasformata e soggiogata in costanti luoghi comuni, fino a farla sembrare kitsch e stereotipata.

Ciascuno degli undici paragrafi del saggio è dedicato ad una parola, alcune delle quali sono: “Prima Repubblica”,  “Amore”,  “Scendere (in politica )”, “Politicamente corretto” e altre ancora, esemplificative della nostra costante regressione linguistica. L’autore spiega che l’unico metodo per cercare di far rimanere efficace la nostra lingua è  eliminare i  vizi che la imprigionano: le semplificazioni, le sigle imposte dai giornali e le sforbiciate alle parole nelle chat devono sparire.

Così, con molta arguzia, Zagrebelsky ci fa notare che per sancire l’ingresso  di Berlusconi in politica, abbiamo utilizzato le parole “scendere in politica”, volendo imprimere al suo atto una sorta di aura magica e divina, oppure del largo utilizzo della parola “amore”, quanto si sa che c’è ne poco o niente.

Il costituzionalista nel suo saggio ricorda anche le famose parole di Martin Heidegger: “Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo”, a riprova dell’importanza da attribuire al linguaggio in ogni aspetto della nostra vita.

“Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel politicamente corretto dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l’orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente, adeguatamente ai fatti.”

Concludedo, si possono trovare molte somiglianze e argomentazioni analoghe al quelle di questo libro, con l’ultimo saggio pubblicato da Gianrico Carofiglio, “La manomissione delle parole”, nel quale il fulcro della narrazione è costituito dalla perdita di senso delle parole.

 

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