GIORNATA DELLA MEMORIA/ Essere senza destino, il capolavoro del Nobel Imre Kertész

di Gaetano Cellura

Si può avere nostalgia di Auschwitz. Uno scrittore sopravvissuto al lager guarda una piazza nella tranquilla luce del tramonto. Al campo era la sua ora preferita. Una sensazione “tagliente, dolorosa e vana” si impossessa di tutto il suo essere: la nostalgia di una vita che al campo “era più pura, più frugale”. Anche la noia era possibile ad Auschwitz: nelle lunghe attese che succedesse qualcosa, e con la speranza che niente invece succedesse. Niente di “agghiacciante”.

essere_senza_destinoNon sembra vero di leggere queste cose. Lo scrittore è Imre Kertész, ebreo ungherese, premio Nobel per la letteratura nel 2002. Il romanzo è Essere senza destino, originale e controcorrente sull’Olocausto. Ma Kertész si supera: supera ogni aspettativa del lettore: spiazza ogni sua meraviglia quando confessa al mondo che la felicità (sì, abbiamo letto e capito bene: la felicità!) provata nei campi di concentramento è la sua più memorabile esperienza. Non poté conoscere, incontrare ad Auschwitz Etty Hillesum, che vi fu uccisa prima che lui vi fosse deportato.

Era olandese e provò sentimenti simili ai suoi. Vedeva il filo spinato, i forni, il “dominio della morte”. Ma vedeva anche quello spicchio di cielo che era per lei “libertà e bellezza”. Non sappiamo se ne ha letti gli scritti. Ma sappiamo con certezza che il destino cui Kertesz vuole sfuggire è quello del dopo Auschwitz. Cioè il destino di Primo Levi, Celan, Borowski, Jean Améry. Narratori e poeti che hanno cercato di ricostruire le loro personalità annientate nei campi di sterminio con “le esperienze acquisite negli stessi campi”, e diventandone i medium. Non si impegnarono a dimenticare. Furono “superstiti professionisti”. Testimoni inoppugnabili degli orrori.

Vivevano quasi tutti in paesi e società liberali. E quando l’onda della delusione li travolse non rimase loro che il suicidio. Senza dimenticare gli orrori, Kertész vuole ricordare del lager solo i brevi momenti di felicità tra i tormenti, e non vuole parlare d’altro. Per lui non c’è destino “dato” che non possa essere vissuto con naturalezza. Cercò il calore di una nuova vita. Fu un sopravvissuto anomalo. Una delle due condizioni che lo salvarono dal suicidio e ne fecero, diversamente da altri scrittori con i suoi stessi ricordi, un “essere senza destino”. L’altra condizione fu il socialismo reale, il sistema politico del suo paese, che gli assicurò la continuità di una vita da prigioniero.

Essere senza destino apparve in Ungheria nel 1975 e venne ignorato. L’autore aveva impiegato dieci anni per scriverlo. Solo dopo la caduta del muro di Berlino ebbe il meritato riconoscimento.

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