Fecondazione assistita e aborti: la lezione di Oriana Fallaci

lettera a un bambino mai nato foto

Dopo le polemiche della Chiesa su fecondazione assistita e aborti, vogliamo ricordare la lezione di Oriana Fallaci nella sua “Lettera a un bambino mai nato”.

 

 

Qual è il momento esatto in cui quell’embrione può essere considerato un essere umano? Già all’istante del concepimento o solo dopo il parto? O forse dopo ventotto settimane, quando il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero anche se la gestazione non è completata? Il mondo cattolico non avrebbe alcuna esitazione nel rispondere, perché rifiuta categoricamente l’ipotesi dell’aborto, considerato un omicidio a tutti gli effetti e a qualsiasi stadio della gravidanza.

Mentre dagli scienziati e dai medici arrivano pareri discordanti, tant’è che alcuni, ma non tutti, sono obiettori di coscienza, cioè si rifiutano di praticare l’aborto per rispettare le proprie convinzioni etiche e/o religiose. E le donne?

Secondo alcuni dati, l’Italia è uno dei Paesi con un tasso di abortività più basso (10,3 per 1000), sia perché le donne italiane usano metodi di contraccezione sempre più efficaci sia perché più del 70% dei nostri ginecologi si dichiara obiettore e quindi, pur volendo, sarebbe difficile interrompere una gravidanza nel nostro Paese.

Nei giorni in cui la Chiesa si è scatenata contro l’assegnazione del Nobel al dott. Robert Edwards, padre della fecondazione assistita, ho voluto ripetere un principio che nessuno dovrebbe mai dimenticare: il libero arbitrio permette a ciascun individuo, che sia esso uomo o donna, di scegliere liberamente della propria vita. Un impedimento naturale e del tutto casuale, quale la sterilità, può impedire a una donna di realizzarsi come madre? Lascio a voi la risposta.

1968: il mondo è sconvolto da una grandiosa rivoluzione sociale volta a scardinare i valori del tradizionale conformismo borghese. Protagonisti sono i giovani lavoratori e gli studenti stanchi di vivere in una società afflitta dalla guerra, dalle ingiustizie sociali, dalla disoccupazione sempre più dilagante e decisi ad abbandonare definitivamente un passato ormai troppo distante dalle loro esigenze. Protagoniste sono anche le donne.

Forti, combattive, desiderose di libertà e di uguaglianza. Vincono contro i rigidi dogmi della Chiesa e creano scandalo nell’Italia del bigottismo e dei pregiudizi, riuscendo a ottenere due importanti conquiste. 1970: il Parlamento approva la legge sul divorzio, successivamente rimarcata da un referendum popolare. 1978: la legge 194 sancisce l’effettiva legalizzazione dell’aborto, da non intendersi assolutamente come mezzo per la limitazione delle nascite. Riporto l’art. n. 4 della suddetta legge per maggiore chiarezza.

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali, o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico…

1975: siamo circa negli stessi anni, quando la scrittrice e giornalista Oriana Fallaci scrive ”Lettera a un bambino mai nato”. Il romanzo racconta in non più di cento pagine il dolore di una donna terrorizzata dall’esperienza di una maternità inaspettata che sconvolge la sua esistenza già avviata verso altre direzioni. È sola con la creatura che porta in grembo, nessuno le dà coraggio, né il suo compagno vigliacco né il suo medico ostile né il suo datore di lavoro né la sua amica femminista né i suoi genitori,  anzi tutti si aspettano che faccia fronte a questo piccolo ”incidente di percorso”. Come poteva considerare suo figlio un incidente? Come poteva non amarlo fin dal primo istante in cui ha saputo di averlo dentro di sé?

Si sfoga, piange, si dispera e parla. Parla continuamente al suo bambino, lo prepara alla crudeltà del mondo, gli confida i suoi dubbi, i suoi tormenti. Cerca solidarietà e conforto in un embrione che ha pochi giorni di vita, se di vita si può parlare.

Sacrificare la vita, sentire dentro di sé un corpo che cresce, essere padre per sempre. Mentre scrivo queste parole, io che sono una giovane donna provo un senso d’inesprimibile atterramento. La gioia della maternità può diventare a volte un peso insostenibile, una responsabilità troppo grande e ogni donna dovrebbe avere la possibilità di scegliere in tutta serenità, senza dover temere il giudizio della comunità. Non ci si sveglia la mattina con il pensiero di abortire, è una scelta sofferta che segna la coscienza di una donna e che per questo non può essere né approvata né contestata.

Decidere se far conoscere il mondo alla propria creatura o se destinarla al baratro del nulla prima ancora che tutto cominci. È questo il dilemma incarnato dalla protagonista di ”Lettera a un bambino mai nato” e rappresentativo di tante altre storie di donne che hanno vissuto lo stesso dramma, con un epilogo spero diverso da quello del romanzo. Questa donna sceglie di rinunciare alla sua stessa vita, dopo che suo figlio aveva cessato di vivere prima ancora di nascere. Qual è il giusto modo di reagire a un dolore del genere? Non esiste un modo giusto. Chi può permettersi di contestare una donna che si trova a fronteggiare una situazione così drammatica? Nessuno.

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