EUGENIO MONTALE/ È ancora possibile la poesia?

di Maria Ciavotta

A trent’anni dalla sua scomparsa, nello spazio 42 rosso del Palazzo Ducale di Genova si rende omaggio a Eugenio Montale con fotografie, prime edizioni e immagini dei suoi libri. Una figura controversa e scissa tra il disagio esistenziale del poeta e l’esigenza di razionalizzazione tipica dell’intellettuale. L’incessante e irrequieta ricerca della verità all’insegna di un pessimismo di Leopardiana memoria. Il senso di non appartenenza ad una realtà che preferiva osservare con distacco e occhio critico, piuttosto che con l’impegno attivo del poeta civile.

Dopo aver portato a termine gli studi di ragioneria, iniziò ad interessarsi di letteratura, filosofia, religione e scienzaeugenio-montale_OKsenzamai laurearsi; studiò tutta la vita da autodidatta, frequentando intensamente biblioteche e circoli letterari.

Negli anni di ascesa del fascismo, rispetto al quale si oppone immediatamente, collabora con varie riviste, conosce Umberto Saba e introduce negli ambienti letterari l’ancora sconosciuto Italo Svevo.

I suoi Ossi di seppia risalgono al 1925: la raccolta rappresenta la prima delle tre fasi che scandiscono tradizionalmente l’opera del poeta ligure, a cui faranno seguito Le occasioni e La bufera. Una sorta di percorso dialettico, la cui sintesi è sempre precaria e temporanea, continuamente rimessa in discussione e minacciata da una  profonda inquietudine.

I suoi versi hanno raccontato sapientemente una realtà piena di simboli e immagini allegoriche, invisibili agli occhi de “l’uomo che se ne va sicuro”, lasciando trasparire la commovente sensibilità di chi non possiede risposte, ma solo domande.

 

Da “Non chiederci la parola”:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

Ricordare Montale a distanza di trent’anni dalla sua morte, offre la possibilità di riscoprire il suo messaggio e tentare di attualizzarlo. Il discorso pronunciato nel 1975 alla premiazione del Nobel sul ruolo della poesia nella società di massa, è valido ancora oggi e probabilmente lo sarà in eterno. La mercificazione dell’inutile e l’esaltazione del benessere quale valore fondamentale offuscano la ricerca di se stessi, della propria identità. La poesia e l’arte in generale diventano dei “prodotti assolutamente inutili” o “una malattia endemica e incurabile” e all’avanzare della civilizzazione, l’uomo fugge sempre più lontano dalla sua dimensione spirituale, in uno scenario drammatico di “sterilità e esibizionismo isterico”.

Qual è allora il destino della Poesia? La risposta è rassicurante: non c’è morte possibile per la Musica, la Narrativa, il Teatro e neanche per la Poesia, finché l’uomo continuerà a chiedersi il perché delle cose.

 Nel 1972 Giulio Villa-Santa – redattore della Radio della Svizzera italiana – curò una serie di interviste dedicate ai piaceri, ai rischi e all’arte della lettura, a cui anche Montale prese parte.

Eccone uno stralcio:

 

“Lei mi chiede se si può essere dei lettori partecipando ancora alla vita? Penso di sì. Non vedo una totale incompatibilità fra il vivere e il pensare. Questa antitesi veramente c’è, ma solo quando venga portata agli eccessi; portata agli eccessi, c’è. Sono esistite persone che hanno eliminato del tutto il pensiero e altre, invece, che hanno eliminato del tutto la vita. Il lettore impunito (non so di chi fosse questa definizione), il lettore accanito, il lettore famelico che legge tutto, non so quale partecipazione possa avere con la vita, quale rapporto possa avere con la vita: diventa un malato. Ci sono questi estremi. Ma ci sono poi gli stadi intermedi. Un Leopardi ha veramente rinunciato alla vita? Io non credo, non credo affatto. Se misuriamo la vita in mesi, in anni, in settimane, o anche in fatti, in viaggi, in esperienze, in donne, in amori, in affari, in azioni… allora si può dire veramente che Leopardi ha vissuto ben poco, insomma. Ma ha poi veramente vissuto ben poco? Questo rimane un punto interrogativo.

Vivere o pensare: scegliere l’uno non significa necessariamente escludere l’altro. La vita e le opere di Montale ne sono la testimonianza.


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