ERRI DE LUCA/ “I pesci non chiudono gli occhi”

di Sara Barone

A distanza di cinquant’anni, un uomo rievoca il proprio Io bambino. Lo stupore nel riscoprire la semplicità di un’estate al mare, la spontaneità dell’infanzia, la naturalezza dei sentimenti. Il primo incontro con l’Amore, il rapporto con il corpo che cambia e cresce rapidamente, un’interiorità genuina ma ancora troppo acerba nella quale inizia a farsi strada l’autocoscienza. L’ultimo romanzo di Erri De Luca, “I pesci non chiudono gli occhi, è il risultato di una reminiscenza profonda e delicata. Il ricordo di un periodo breve, circoscritto in un tempo antico, isolato, ma denso di significato.

 

Attraverso uno stile conciso ed efficace, lo scrittore partenopeo riesce a raccontare una storia estremamente semplice ini-pesci-non-chiudono-gli-occhi-erri-de-luca1-large poco più di cento pagine, eppure così carica di emozione. Un bambino di dieci anni conosce una coetanea con cui inizia a trascorrere le proprie giornate in spiaggia e impara dolcemente lo stupore del verbo mantenere che è ‘tenere per mano’. Un sentimento nuovo, imprevisto, mai contemplato che realizza la contrapposizione tra corpo e anima, induce alla rottura per dare spazio a nuove forme. L’infanzia è descritta attraverso la lettura, la pesca, i giochi solitari del bambino: è l’età dell’inconsapevolezza dovuta all’assenza del confronto con l’Altro, in cui il corpo è assopito, quasi inesistente. L’incontro con la ragazzina vuole simboleggiare l’approdo ad una prima forma di coscienza. Eccone un esempio:

“Mi accorgevo del corpo, del suo interno, accanto a lei: del battito del sangue a fior di polso, del rumore dell’aria nel naso, del traffico della macchina cuorepolmoni. Accanto al suo corpo esploravo il mio, calato nell’interno, sbatacchiato come il secchio nel pozzo.”

Si avverte un senso di indefinito che avvolge l’anima del bambino, scontrandosi con la sicura volontà della coetanea che lo guida verso la scoperta di sé. E’ una seconda nascita, ma solo una delle tante. Innumerevoli esperienze ed incontri non potranno mai correggere la notizia di scarsità che si ha di se stessi: l’individuo è condannato a vivere eternamente la precarietà e l’inconsistenza del proprio essere. Il libro di De Luca è una sorta di romanzo di formazione appositamente incompiuto, perché fotografa solo un istante, un piccolo passo nel tempo che avanza.

“Mi accosto attraverso la scrittura al me stesso di cinquant’anni fa, per un mio giubileo privato. L’età dei dieci non mi ha attirato a scrivere finora. Non ha la folla interiore dell’infanzia né la scoperta fisica del corpo adolescente. A dieci si sta dentro un involucro che contiene ogni forma futura. Si guarda fuori da presunti adulti ma stretti in una taglia minima di scarpe.”

L’autore evidenzia espressamente di aver avvertito il sincero bisogno di raccontare quest’epoca della sua vita, raccogliendo i frammenti di sé sparsi nella memoria, in una sorta di necessità esistenziale del ricordo.

Sempre in bilico tra prosa e poesia, De Luca riesce a rievocare un momento lontano della propria  vita, i ricordi del primo amore infantile senza risultare banale o melenso. Una lettura piacevole che aiuta a riscoprire familiarità con i propri ricordi, anche quelli più sbiaditi.

 

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