ALDA MERINI/ “Un incontro con la pazza della porta accanto”

La pazza della porta accanto cantava l’Amore meglio di chiunque altro. Versi commoventi, carichi di sentimento, avvolti da un’aura di follia e sacralità. Un’esistenza sofferta, piena di dolori e abbandoni, vissuta tra un manicomio e l’altro, ma sempre all’insegna della Poesia, condanna mortale ma anche sua insostituibile ragion d’essere. Alda Merini è stata una  poetessa e scrittrice dal valore ineguagliabile, ma soprattutto una donna straordinaria in quanto a sensibilità e intelligenza.

di Maria Ciavotta

alda-merini-milano“Tu non sai quante volte bacio i cancelli di casa mia che si aprono soltanto se citofono alla pazza della porta accanto. E lei mi lascia fuori come un mendico. Ma io servo la sua nudità, la sua avarizia e il suo vangelo assassino. Non c’è niente, Curcio, che mi possa far morire. Adesso mi sento eterna, ma non perché mi hanno dato il premio Montale. Mi sento eterna perché sto nel mezzo dell’amore, nel mezzo di quella grotta che si chiama amore, abitacolo nuovo e infernale dove divento l’imperscrutabile poetessa e vita medesima di Apollo.”

 Lo stralcio riportato è tratto dall’opera in prosa del 1953 “La pazza della porta accanto”, di cui la casa editrice Bompiani ha riproposto una recente pubblicazione nel 2009. Potrebbe essere un’interessante chiave di lettura dell’intera sua  produzione poetica e letteraria, nel tentativo di ricostruire e interpretare i suoi versi così travagliati.

 Giacinto Spagnoletti, romanziere e critico letterario, fu il primo a scoprire il genio della Merini quando era ancora una ragazzina di soli quindici anni, che preferiva la solitudine della sua stanza, tra i suoi libri, piuttosto che la compagnia dei coetanei. Risale già a questo periodo adolescenziale il primo internamento in una clinica psichiatrica: sarà solo il primo di una lunga serie di soggiorni in manicomio. Una delle esperienze più dolorose della sua vita, un inferno di terrore, abusi, violenze. L’elettroshock “[…] ha spazzato via il sentimento dalla mia testa. Invalidare le persone è un delitto. Invalidare una persona significa farla soffrire per tutta la vita senza che possa capire il perché […] Il tormento morale è una delle cose più atroci che si possano infliggere, ben peggiore dell’errore medico.” Ma quella follia era anche la sua salvezza, una cosa sacra, un privilegio, un dolore purificatore, “quintessenza della logica”. Il dolore è necessario all’uomo prima che al poeta, ma a quest’ultimo spetta l’ingrato compito di descriverlo, sviscerarlo fino alle radici.

L’insania è il sollevamento di alcuni poteri nascosti che vengono proiettati in un senso unico e che fanno improvvisamente comparsa in un tracciato di vita che poco prima era sembrato lineare. L’insania è un rapporto anche magico con la realtà, è un tener fuori degli aculei imprendibili contro un nemico che forse non esiste, ma che certo nel privato e nel suo nascondiglio segreto ha gettato le basi.”

Il suo capolavoro “La Terra Santa” è massima esemplificazione di queste vicende raccontate da versi armoniosi, in cui riecheggiano le sonorità del suo amato pianoforte. Il titolo della raccolta rimanda alla profonda fede e al rigore morale della poetessa: nei suoi versi ricorre costantemente la figura di Dio e, anche quando non richiamata esplicitamente, fonda il senso profondo di ogni lirica.

 La malattia le ha sempre precluso di essere madre fino in fondo delle sue quattro figlie, provocando l’ennesima sofferenza e l’inestirpabile senso di colpa per non essere stata in grado di crescerle come avrebbe voluto e per averle costrette a portarsi dietro il marchio indelebile di una ”madre pazza”.

Intricato e contraddittorio il suo rapporto con l’Amore, sempre attraversato da una forte carica di sensualità ma anche da un latente presagio di morte, quasi come se la sua folle brama d’amore l’avesse potuta annientare da un momento all’altro. Ricorrono tante figure maschili nella veste di amanti: il panettiere Ettore, primo marito e padre delle sue figlie, il poeta tarantino Michele Pierri, padre Richard di cui si sarebbe innamorata in manicomio o anche il barbone Titano che ospitava spesso nella sua abitazione milanese.

Anche quando negli ultimi anni prima della scomparsa avvenuta nel 2009, otterrà il successo e i riconoscimenti del pubblico, Alda Marini rimarrà nella sua casa dei Navigli, sommersa da libri, quadri, fotografie e frequentata da barboni o artisti squattrinati. Sempre con l’immancabile sigaretta tra le dita. Lucida, ironica e semplicemente geniale fino alla fine.


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