Vinicio Marchioni, da Romanzo Criminale alla Commedia: “Ho rischiato di montarmi la testa.”

«Con Romanzo Criminale ho rischiato di montarmi la testa» – rivela l’attore a Max – «ora adoro interpretare omuncoli tragici e ridicoli». «Si parla tanto di maschio in crisi, ma oggi il cinema preferisce gli eroi».

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Grave e virile come la sua voce. Ieri antieroe di Romanzo Criminale, oggi votato alla commedia all’italiana con Amiche da morire e Passione sinistra. Questo è Vinicio Marchioni, in versione modello per MAX maggio, da martedì 7 in edicola, su iPad e online su Max.gazzetta.it

Vinicio e il successo: «Dopo Romanzo Criminale il rischio di montarmi la testa c’era. Prima non ero nessuno, il momento dopo ero bravissimo, il migliore. Ma io non ero cambiato, era lo sguardo degli altri a essere diverso».

 

Maschio fannullone, mediocre, infedele… al cinema: «Adoro interpretare questo genere di omuncolo, tragico e ridicolo. Fatte le dovute proporzioni, è il discendente dei personaggi di Sordi, Manfredi e Tognazzi. Si parla di crisi del maschio, ma il cinema se ne occupa troppo poco, preferisce gli eroi. Io non sono un maschio in crisi perché non sono mai stato un eroe, né un uomo competitivo, tanto meno con l’altro sesso».

Oggi è a teatro con Un tram che si chiama desiderio: «Con Stanley Kowalsky condivido gli eccessi d’ira. Impazzisco quando mi va la goccia di sangue al cervello. E poi sono anche io molto fisico, ma non un prevaricatore, certo non con le donne. Ho costruito il personaggio con ironia, puntando sulla sua ignoranza».

MAX_MarchioniLa persona che lo ispira di più: «Mia madre, la mia ancora alla realtà. Starei ore a guardarla: è una che ha passato la vita a fare le pulizie a casa degli altri, per seicento euro al mese. Così da quando è morto mio padre e io avevo 15 anni. Ma in generale mi piace guardare la gente. Ci sono ruoli su cui posso lavorare per ore, senza trovare il bandolo: poi esco, incrocio uno sguardo, e tutto mi sembra chiaro».

Se non fosse un attore… «Forse lavorerei al ristorante che gestisco con mio fratello. In fondo, sarebbe lo stesso lavoro: far star bene le persone per un paio d’ore. Pagano, e io non posso risparmiarmi: glielo devo».

 

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