UNITÀ D’ITALIA e CINEMA/ Un racconto lungo 150 anni…

Di tanto in tanto, passeggiando per le vie di paesini e grandi città, è possibile scorgere sui balconi di case e palazzi bandiere che sventolano in alto il tricolore nazionale: sussurrano parole di stima ed orgoglio per quei fieri 150 anni appena trascorsi in un’Italia unita. Con il 17 marzo si festeggia non solo la conquista di un traguardo nazionale ma in particolar modo lo spirito e la forza che hanno reso il nostro paese la culla di un inimitabile universo culturale e umanistico.

di Alice Coccia

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La settima arte ha contribuito e continua ad arricchire la pagina storico-culturale italiana con i grandi nomi della storia del cinema nazionale quali Federico Fellini, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Mario Monicelli, Sergio Leone, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola e Dino Risi, solo per citarne alcuni.

Luogo d’incontro e scontro di visioni politiche, sociali e artistiche, la nostra cinematografia ha ripercorso attraverso vari punti di vista la difficoltosa corsa verso l’Unità d’Italia.

La storia del Risorgimento italiano è stata, infatti, rivisitata dall’universo filmico attraverso lo sguardo di noti registi nazionali, tanto importanti quanto divergenti tra loro nello stile e nei soggetti solitamente trattati.

A partire dall’ultima pellicola sul tema di Mario Martone, Noi credevamo, il cinema annovera nei suoi annali i film di Luchino Visconti, Senso (1954) e il Gattopardo, due narrazioni che rievocano la tematica risorgimentale da angolazioni differenti ma tra loro complementari. 1860, capolavoro di Alessandro Blasetti del 1934, oltre ad essere un racconto storico ideato in modo tale da affrontare argomenti politici, anticipò le linee guida del neorealismo italiano, ritrovate in seguito nello stile di uno dei maestri del genere, Roberto Rossellini. Con Viva l’Italia (1961) Roberto Rossellini ricorda nel quadro di una cronaca storica la spedizione dei Mille guidata da Garibaldi nel 1860, rivivendo gli eventi negli stessi luoghi in cui essi avvennero. Dello stesso regista vi è anche Vanina Vanini (1961), pellicola tra la cronaca e il melodramma che pone i primi moti liberali come sfondo ad una storia d’amore tra il carbonaro Pietro Missirilli e la principessa Vanini nella Roma del 1823.

Si potrebbe poi continuare con Piccolo mondo antico (1941, Mario Soldati), Un garibaldino al convento (1942, Vittorio De Sica), Nell’anno del Signore (1969, Luigi Magni), Camice Rosse (Anita Garibaldi) di Goffredo Alessandrini, Francesco Rosi e Luchino Visconti (1952), La pattuglia sperduta (1954, Piero Nelli), Il brigante di Tacca del Lupo (1952, Pietro Germi) e Quanto è bello lu murire acciso (1975, Ennio Lorenzini). Di particolare interesse è il film di Dario Argento Le 5 giornate (1973), poiché rappresenta l’unico tentativo di fuga oltre i confini del suo tanto amato genere thriller-horror.

“Il cinema italiano, sinonimo di passione”. Così esordì Quentin Tarantino durante la 67ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia.

Un’arte, dunque, quella italiana conosciuta e stimata anche oltre oceano; un’arte in grado di conciliare grazie al talento di artisti nazionali pillole di storia e sentimenti patriottici, rievocati con la stessa forza e passione che 150 fa unirono giovani di ogni età ed estrazione sociale nella lotta per l’epiteto di Nazione Unita.

 

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