ROMANZO DI UNA STRAGE/ Piazza Fontana, Pasolini e le nostre piccole storie: ecco il film-verità di Giordana

Si è ispirato all’IO SO di Pasolini, “alla sua spregiudicatezza intellettuale che non aveva paura di andare contro i luoghi comuni”, racconta Marco Tullio Giordana per delineare il percorso che “tanto tempo dopo, seguendo quella libertà, mi ha permesso di raccontare questo film in un modo che forse allora da ragazzo non sarei riuscito a raccontare, con tanta partecipazione e tanta però equanimità”.

di Sirio Castañeda

romanzo-di-una-strage-pierfrancesco-favino-valerio-mastandreaMarco Tullio Giordana, il regista di “Romanzo di una strage”, non è nuovo a imprese di questo tipo. Un cinema d’impegno civile il suo, spesso a metà tra fiction e documentario, come testimoniano alcuni film cult, quali “La meglio gioventù” (2003), “Pasolini un delitto italiano” (1995) e “I cento passi” (2000). Questi ultimi due, come “Romanzo di una strage” (al cinema dal 30 marzo), affronta quei misteri d’Italia cui nessuno ha saputo, ancora oggi, dare una versione definitiva.

Per provare a raccontare la sua verità, quella di un regista nato a Milano che il 12 dicembre 1969 passava, seduto su un tram e assorto nei suoi pensieri da studente, non lontano da Piazza Fontana, Marco Tullio Giordana ha scelto un cast degno di nota: Valerio Mastandrea, nei panni del commissario Luigi Calabresi, che per calarsi nella parte ha “rinunciato subito a qualsiasi giudizio ideologico su Calabresi”; Pierfrancesco Favino, nei panni dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “un ruolo che porterò nel cuore”; Fabrizio Gifuni che presta il voce-volto a Aldo Moro. E poi ci sono le donne, Michela Cescon, che interpreta Licia, la moglie di Pinelli, e Laura Chiatti-Gemma Calabresi.

Giordana ha portato sullo schermo, a distanza di 43 anni, le paure di un uomo, quel botto tremendo” che rubò per sempre la verginità al Paese, inaugurando una lunga stagione di violenza che caratterizzò i cosiddetti “anni di piombo”. Come spiega lo stesso regista, in una lettera al Corriere della Sera, “Romanzo di una strage non è un film di denuncia fatto a caldo, non è mosso dall’indignazione e non la cerca. È piuttosto il tentativo di spiegare la nascita di un fenomeno costitutivo della nostra Seconda Repubblica, promulgata non ufficialmente proprio quel 12 dicembre 1969 e fondata su un doppio Stato. Uno legale nel quale vigono le garanzie della Costituzione e un altro parallelo e sotterraneo fatto di scambio, patto, contrattazione e trattativa segreta col crimine. Non parlo solo delle 17 vittime della banca, nè di Pinelli e Calabresi, bensì parlo di noi, della società che ha predisposto , del Dna inoculato alle generazioni ‘dopo’, sfiduciate e immalinconite”.

Chiaro che con queste premesse bisogna accettare che “la violenza sia raffreddata”, con l’artifizio del fuori campo, perché non deve essere “l’unica chiave di lettura” di quegli anni. Questo è un tratto distintivo dei film di Giordana, che ha sempre dipinto gli eventi attraverso il filtro delle storie di uomini e donne che quegli eventi li avevano vissuti sulla propria pelle. Ha utilizzato corpi, animi, cuori e occhi per “spiegare ai ragazzi d’oggi cos’è stato quel tempo e quell’età”. Eccolo il trait d’union della cinematografia di Giordana, al di là delle tecniche messe in campo come regista, sceneggiatore e fotografo: “piccole storie personali per raccontare la storia d’Italia”.

E la storia di Piazza Fontana, la strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura, le tensioni sociali di quell’epoca, gli scontri, i depistaggi, la destra eversiva e le polemiche che ancora oggi circondano quella tragedia non sono altro che storie. “Piccole storie” di un grande puzzle italiano.

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