ROBERT DOWNEY JR/ «Mi facevo insieme a mio padre… era l’unica maniera che conosceva per dimostrarmi amore».

Un Robert Downey Jr “domestico” è quello che si affaccia dalla cover di Max marzo, da martedì 12 in edicola, su iPad e online su max.gazzetta.it.

 

MAX_DOWNEYL’ex icona maledetta di Hollywood racconta la sua infanzia pericolosa: «Mio padre è stato un pioniere del cinema indipendente, ma non aveva idea di come si crescono i figli. Mi prese come attore nel suo film perché costava meno che avere una baby-sitter. Vivevamo costantemente circondati dal cinema, il regista Hal Ashby passava da noi quasi tutti i pomeriggi, si proiettavano film tutte le sere su un lenzuolo in soggiorno».

La droga come vincolo affettivo: «Girava molta marijuana. Mio padre mi passò il primo spinello quando avevo otto anni, mentre stavo suonando Thelonious Monk al pianoforte. Ci facevamo insieme, era il suo modo per volermi bene, per dimostrarmi amore nell’unica maniera che conosceva».

La riabilitazione: «La cosa più importante nella vita di un addicted è il recupero. Oggi sono orgoglioso di riuscire a mantenere i miei impegni, non solo nei confronti di amici e famiglia, ma anche con il pubblico. Dopo una vita passata a essere inaffidabile ho scoperto quanto sia bello portare a termine un progetto, un’idea, una promessa. La disciplina è una forma di rispetto nei confronti della vita».

Un papà tutto nuovo: «Sono un padre abbastanza severo, presente, soprattutto con Exton, il mio figlio più piccolo. Con lui è tutto nuovo perché questa volta sono sobrio. Riesco persino a cambiargli i pannolini, cosa difficilissima da fare quando sei completamente stonato!».

Gli errori di un tempo: «Purtroppo per me i ruoli spesso si confondevano con la realtà in cui vivevo, ero diventato il poster boy della cattiva gestione farmaceutica. Ero convinto che da drogato avrei reso meglio, molto di più. Dall’altra parte, anche con tutti gli errori, non riuscivo a toccare il fondo. E senza essere arrivato in fondo, non puoi cominciare a risalire».

Ora l’adrenalina gliela forniscono la cinepresa e il paracadutismo: «Ho sempre amato recitare perché è soggettivo, individuale, un modo per distinguersi dagli altri. È qualcosa che amo fare perché ogni volta è nuovo, stimolante e intimidatorio allo stesso tempo. Ci sono poche cose nella vita che rimangono tali dopo averle provate tre volte. Idem per il paracadutismo, adrenalina pura, un rush comparabile solo all’eroina, ma senza la negatività della droga. Scusate l’analogia, ma sono e rimango un tossico, anche se le mie dipendenze sono cambiate».

Il segreto per sopravvivere a Hollywood? «Mai sentirsi al top. Preferisco dire che sto bene, lavoro molto anche se non posso evitare gli attacchi d’ansia ogni volta che comincio un nuovo film».

Vestiti che passione: «L’unico difetto, secondo mia moglie, è la mia ossessione per i vestiti, da vero metrosexual: mi cambio almeno tre volte al giorno, se poi devo andar via per il weekend, ho bisogno di una schiera completa di valigie». 

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